Terza parte Dove andiamo? · Capitolo 1

Da quando l’Occidente domina il mondo?

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1) Il giudizio negativo dell’Occidente sulla civiltà orientale

Storicamente l’Occidente ha dato a lungo un giudizio positivo sulla civiltà orientale. Perché allora questo fatto importante e interessante ci è così poco noto? La ragione è semplice. Il giudizio positivo dell’Occidente sulla civiltà orientale all’inizio dell’Illuminismo fece dietrofront e divenne negativo alla fine dell’Illuminismo. Il periodo che segue l’Illuminismo coincide con la rivoluzione industriale occidentale. Con la rivoluzione industriale l’Occidente cominciò a conquistare fisicamente l’Oriente, mentre le potenze occidentali avanzavano verso Oriente (西勢東漸). Davanti alle navi occidentali armate di vapore e di cannoni, le navi di legno dell’Oriente caddero come topi davanti a un gatto. Il giudizio dell’Occidente sull’Oriente, prima e dopo la rivoluzione industriale, divenne un giudizio fondato non sulla civiltà, ma sulla scienza e sulla tecnica. La posizione schiacciante dell’Occidente fu naturalmente l’occasione per far passare il suo giudizio sulla civiltà orientale dal positivo al negativo.

All’inizio dell’Illuminismo, mentre i monarchi occidentali esercitavano un potere assoluto e si immischiavano nei dettagli non soltanto del pensiero individuale ma della vita economica, i pensatori occidentali videro in Oriente un governo in cui il monarca era vincolato dall’etica e riduceva al minimo il suo intervento nella vita del popolo. Giudicarono dunque che il monarca orientale incarnasse il modello che l’Occidente di allora cercava: il «despota illuminato» (enlightened despot). Ma alla fine dell’Illuminismo i pensatori occidentali, sognando non la monarchia ma la repubblica, presero a modello la democrazia greco-romana e cominciarono a capovolgere il loro giudizio sul despota illuminato orientale. Man mano che i pensatori occidentali sognavano la repubblica, la curiosità e la benevolenza verso il despota cinese lasciarono il posto alla condanna e all’avversione.

Diderot (1713–1784), che guidò l’Illuminismo alla testa degli enciclopedisti francesi, è la figura rappresentativa dei pensatori illuministi che cambiarono idea. All’inizio poneva la civiltà orientale su un piano di parità con la civiltà occidentale e la giudicava positivamente, soprattutto sul piano della religione e dell’etica. Ma più tardi denigrò le cose cinesi come non scientifiche e piene di pregiudizi. Dichiarò che ciò che l’Occidente doveva imitare era il «buon selvaggio» di Rousseau, e non poteva più essere la filosofia della natura cinese. Helvétius (1715–1771) fu un altro pensatore che cambiò idea. Abbandonando il suo giudizio favorevole sul despota illuminato cinese, criticò l’imperatore della Cina come un oppressore non illuminato. Anche Rousseau (1712–1778) e Condorcet (1743–1794) cominciarono a criticare la Cina, ritenendo che l’assenza di libertà ne ostacolasse lo sviluppo politico ed etico. Montesquieu (1689–1755), in particolare, definì la civiltà orientale stessa come priva della nozione di libertà. Criticò il regime cinese come un regime oppressivo fondato sulla paura, e sostenne che la nozione di libertà politica non esisteva in Oriente.

Nel XIX secolo l’Occidente si dedicò a colonizzare l’Oriente, ultimo obiettivo della sua conquista del mondo. L’Oriente crollò, impotente, davanti alla scienza e alla potenza militare schiaccianti dell’Occidente. L’Oriente si trovò in una situazione senza precedenti: l’occupazione dell’Oriente da parte delle potenze occidentali, mentre l’Occidente avanzava verso Oriente. Naturalmente l’Occidente cominciò a giudicare e a percepire l’Oriente in modo ancora più negativo. Sospinti dalla corrente del dominio fisico, nacquero in Occidente pensieri e sistemi filosofici per sostenerlo intellettualmente. Questa corrente fu sistematizzata dai filosofi occidentali della storia.

Il cambiamento di sguardo dell’Occidente sull’Oriente debordò presto dal pensiero per propagarsi al pregiudizio razziale. All’inizio dell’Illuminismo, quando l’Occidente vedeva il pensiero orientale come superiore al proprio e propendeva verso di esso, gli Orientali erano classificati tra i «bianchi». Ma dopo la fine dell’Illuminismo, e soprattutto una volta compiuta la conquista del mondo da parte dell’Occidente, gli Orientali furono trasformati in «gialli».368 Si sottolineò che non soltanto erano inferiori per civiltà ai bianchi occidentali, ma che, per ragioni razziali, non potevano cambiare. Si trattava in definitiva di giustificare la conquista e lo sfruttamento del mondo da parte dell’Occidente. È qui che si sviluppò negli Occidentali l’idea che conquistare il mondo e guidarne le parti non civilizzate fosse «il fardello dell’uomo bianco». Anche sulle relazioni tra l’Oriente e l’Occidente, ciò finì per opporsi alla speranza e all’ottimismo di Leibniz riguardo agli scambi tra l’Oriente e l’Occidente. Divenne di moda pensare che l’Oriente e l’Occidente abbiano civiltà molto diverse e che, essendo l’Occidente molto più avanti, cose come gli scambi siano inutili. Il poeta inglese Kipling lo riassunse nella sua poesia «La ballata dell’Oriente e dell’Occidente» (Ballad of East and West), pubblicata nel 1889:

Oh, l’Oriente è l’Oriente, e l’Occidente è l’Occidente, e mai i due si incontreranno, finché la Terra e il Cielo non compariranno davanti al gran tribunale del Giudizio di Dio.369

Questo clima finì per includere la revisione dei giudizi positivi dati un tempo sull’Oriente. Per fare un esempio, il giudizio sull’Impero mongolo, che aveva esercitato un’influenza decisiva e positiva sul Rinascimento occidentale e raccolto l’elogio dei pensatori occidentali, cambiò radicalmente. Ciò avvenne nell’età moderna e contemporanea, soprattutto durante la rivoluzione industriale del XVIII secolo e la conquista del mondo che seguì. C’erano stati, tra i pensatori occidentali, alcuni che giudicavano positivamente i Mongoli e Gengis Khan per secoli: nel XIII secolo, l’epoca stessa di Gengis Khan, poi durante il Rinascimento del XIV e XV secolo che seguì, e fino all’Illuminismo del XVII e XVIII secolo. Questi giudizi passati furono rivisti su vasta scala, per approdare infine a un giudizio razziale.

Quasi tutti gli scienziati d’Europa adottarono una classificazione dell’umanità in tre grandi razze: africana, asiatico-mongola ed europea… E, rispetto alla razza bianca europea, la più evoluta, i Mongoli d’Asia cominciarono a essere descritti come ritardati che avevano smesso di crescere allo stadio del neonato… In seguito li si trattò come molto vicini all’orango… e si arrivò a chiamare in medicina i ritardati mentali con il nome di mongoloidi (Mongoloid).370

Questo pregiudizio razziale non è una tendenza nuova, ma ha una continuità nella civiltà occidentale. Risalendo all’epoca greca, compare in ciò che si chiama l’«orientalismo» dell’epoca greca, che aborriva l’Oriente. Questo pensiero fu riprodotto su scala più vasta in Occidente nell’età moderna e contemporanea. Si estese al mondo intero l’inferiorità dell’«Oriente» emersa nella lotta tra la Grecia antica e la Persia, per distinguere, per confronto, le altre razze dall’Occidente e affermare la superiorità dell’Occidente.

La tragedia I Persiani, rappresentata nel 472 a.C., metteva in scena le guerre persiane, ed è un buon esempio di ciò su cui i Greci riflettevano commerciando e scontrandosi con l’Impero persiano… Opponeva al dispotismo e alla gerarchia persiani, alla loro immensa ricchezza e al loro lusso, all’eccesso nell’espressione delle emozioni, al disordine e alla viltà, la democrazia e l’uguaglianza greche, la frugalità e la temperanza, la disciplina di sé e l’ordine, il coraggio… Erodoto, erede dell’analisi e dell’interpretazione dei Persiani, sviluppò ulteriormente le dicotomie dell’Occidente e dell’Oriente, dell’Europa e dell’Asia, del Greco e del non Greco, del dispotismo e della democrazia. Così nacque l’ideologia secondo cui i primi sono superiori ai secondi. È in questa tradizione che cominciò l’orientalismo. 371

Lo storico occidentale rappresentativo che di recente ha diffuso di nuovo l’orientalismo è Wittfogel (1896–1988). Nella sua opera Il dispotismo orientale (oriental despotism) riteneva che nella maggior parte delle regioni fuori d’Europa si fossero sviluppate «civiltà fondate sulle risorse idriche e sull’agricoltura» (hydraulic civilization), che avevano tutte generato il dispotismo. Avanzò così l’idea di vedere le civiltà del Vicino Oriente, del Medio Oriente, dell’Estremo Oriente e persino di altre regioni come altrettanti dispotismi, di raggrupparle sotto l’orientalismo e di confrontarle con l’Occidente: è appunto la dicotomia tra «l’Occidente e il resto del mondo». Pubblicò un libro che corrispondeva esattamente allo spirito di un’epoca in cui l’Occidente, essendosi esteso al mondo, godeva di una posizione invincibile. Il suo libro attirò l’attenzione degli Occidentali e finì per essere ampiamente citato.

Il giudizio sull’Impero mongolo, sui Mongoli e sulla pace mongola (Pax Mongolica), quale lo conosciamo oggi, riflette non i fatti storici, ma un giudizio avvolto di pregiudizi razziali, formatosi nell’età moderna e contemporanea. Soltanto molto di recente questa distorsione ha cominciato a essere in parte corretta in Occidente. Alla vigilia dell’anno 2000, il terzo millennio dell’umanità (the Third Millennium), il Washington Post indicò il personaggio che aveva lasciato l’impronta più grande sulla storia nel corso del secondo millennio, i mille anni dal 1000 al 1999. Fu Gengis Khan.

Il pregiudizio dell’orientalismo favorisce una situazione in cui si chiudono gli occhi e le orecchie a tutto il valore autentico insito nel pensiero orientale. Per il futuro dell’umanità dobbiamo comprendere i sistemi filosofici del pensiero orientale che differiscono da quelli della civiltà occidentale: la sua cosmologia, la sua relazione tra l’uomo e la natura, la sua etica universale e la sua concezione della natura umana. Per questo dobbiamo tornare sull’essenza del pensiero orientale che, entrato in Occidente con l’Illuminismo del XVII e XVIII secolo, vi fu calorosamente accolto e stimato. Conta soprattutto esaminare per questa via in che cosa differisca il pensiero politico-economico dell’Oriente e dell’Occidente.

2) L’Oriente e l’Occidente prima della rivoluzione industriale

L’immagine della superiorità dell’Occidente sull’Oriente è stata creata per lo più da Occidentali. Si è propagata ed è stata accettata quasi tale e quale in Oriente. Così finiamo facilmente per vedere l’Oriente come sempre storicamente in ritardo sull’Occidente. Ma storici e pensatori hanno descritto in che cosa questa immagine differisca dai fatti. Wells dà prova di una visione storica equilibrata nel suo confronto tra l’Oriente e l’Occidente:

Per lungo tempo la Cina fu superiore all’Occidente. Si può dire che il mondo occidentale cominciò a raggiungere di nuovo la Cina soltanto nel XVI e XVII secolo, con la scoperta dell’America, la diffusione del libro stampato e dell’istruzione, e l’alba della scienza moderna. Sotto i Tang fiorenti, sotto i Song (960–1279), artisti ma un po’ decadenti, e sotto i Ming (1368–1644), colti, la Cina fu prospera e felice, e la sua cultura e le sue arti erano più avanti di quelle di qualsiasi altro paese. 372

Anche Needham (1900–1995), noto come una delle massime autorità occidentali sulla civiltà cinese, espone nel suo libro sulle scienze della Cina e l’Occidente la sua visione delle relazioni tra l’Oriente e l’Occidente. Scrive che noi, che viviamo nella seconda metà del XX secolo, siamo ancora così dominati dal pensiero del XIX secolo da ignorare che appena tre o quattro secoli fa la Cina era un paese in cui si viveva meglio che in Europa.373 Spiega che ignoriamo che, dal I secolo a.C. al XV secolo d.C., la civiltà orientale fu molto più efficace della civiltà occidentale nell’applicare la conoscenza della natura ai bisogni pratici dell’uomo. 374

Dopo la fine della seconda guerra mondiale Needham propose nel 1948 alla Cambridge University Press un’opera sulla scienza e la civiltà cinesi; il progetto fu accettato, ed egli intraprese una ricerca e una stesura di grande respiro sulla scienza e sulla civiltà cinesi. In questa ricerca Needham espose l’invenzione orientale della ghisa (la tecnica che consiste nel fondere il ferro e colarlo in forme determinate, usata per fabbricare recipienti e cannoni), del vomere e della staffa. La staffa fu inventata in Oriente verso il III secolo e giunse in Occidente nel Medioevo. L’uso della staffa accrebbe a un grado difficile da immaginare la mobilità e la potenza di combattimento degli uomini a cavallo. L’invenzione della staffa è così importante che alcuni ne pongono il contributo al progresso della civiltà al livello dell’invenzione della ruota o della stampa. E dimostrò che le invenzioni a noi ben note, la carta, la polvere da sparo, la stampa e la bussola, erano state fatte tutte in Cina.

Eppure, fino alla metà del XX secolo, la maggior parte delle persone nel mondo, per non parlare dell’Occidente, credeva che la maggior parte di queste invenzioni fosse stata fatta in Occidente.375 Dopo la metà del XX secolo, grazie alle ricerche di Needham, fu ammesso tra gli intellettuali occidentali che queste importanti invenzioni venivano dall’Oriente. Ciò portò subito in Occidente, con Needham in testa, alla domanda: perché allora la Cina, con una civiltà, una scienza e una tecnica in anticipo di mille o di parecchie centinaia di anni, non ha continuato a svilupparsi, e si è fatta raggiungere dall’Occidente?376 Questa importante domanda, nota come «la domanda di Needham» (Needham’s Question), preoccupò molti scienziati e pensatori occidentali alla metà del XX secolo.377 Wells se l’era già posta prima di Needham:

Perché la Cina, che aveva realizzato tanto, non realizzò più nulla? In quell’epoca la Cina si avventurava sui mari e conduceva un commercio estero considerevole. Perché la Cina non scoprì l’America o l’Australia? 378

I pensatori che hanno esaminato la storia, come Needham e Wells, sapevano che, in una lunga storia, c’era stato un lungo periodo in cui la civiltà orientale era superiore all’Occidente. Ma negli ultimi due o tre secoli, in cui l’Occidente ha schiacciato l’Oriente sotto ogni aspetto, questa visione del rango relativo delle civiltà non aveva pertinenza. In definitiva, non soltanto in Occidente ma anche in Oriente, quasi tutti guardavano come incredibile il fatto storico della diffusione della civiltà orientale in Occidente e non gli attribuivano gran senso. Anche alla fine del XX secolo, finché l’ascesa storica delle economie orientali non esplose nella realtà, questa visione dominava in Oriente come in Occidente.

Ma Wells e Needham, entrambi occidentali, non avrebbero certo dato alla leggera il giudizio favorevole secondo cui l’Oriente fu a lungo in anticipo sull’Occidente in materia di cultura; e, a giudicare dal loro vasto sapere storico, non può trattarsi di una storia inventata. Di fatto, a esaminare bene la storia, questa visione dell’Oriente che avevano Wells e Needham era la visione dominante in Occidente prima del XVIII secolo. Adam Smith ne è un esempio. Nella Ricchezza delle nazioni, scritta nel 1776, Adam Smith descrive la prosperità della Cina. La descrive come uno dei paesi più ricchi del mondo nel XVIII secolo:

La Cina è stata a lungo uno dei paesi più ricchi, cioè uno dei più fertili, meglio coltivati, più operosi e più popolosi del mondo. Sembra tuttavia essere rimasta a lungo stazionaria. Marco Polo, che la visitò più di cinquecento anni fa, ne descrive la coltivazione, l’industria e la popolazione quasi negli stessi termini dei viaggiatori di oggi. Forse aveva già, molto prima della sua epoca, acquisito tutta la somma di ricchezze che la natura delle sue leggi e delle sue istituzioni le permette di acquisire.379

Se accettiamo questa visione di Wells, di Needham e di Adam Smith, giungiamo a una visione storica molto interessante e importante: l’Occidente ha davvero raggiunto l’Oriente e preso il vantaggio soltanto negli ultimi due o tre secoli, cioè dal XVIII secolo in poi. Giungiamo allora alla conclusione che non dobbiamo chiuderci nella visione occidentale dominante, limitata agli ultimi due secoli. Prigionieri della situazione del XIX e XX secolo, non possiamo né comprendere il passato né concepire il futuro che si dispiegherà nel XXI secolo. Dobbiamo tornare sulla lunga storia anteriore al XIX e al XX secolo ed esaminare l’ascesa e il declino dell’Oriente e dell’Occidente.

Prima del Rinascimento: la diffusione della cultura orientale in Occidente

Le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente si sono sviluppate, fondamentalmente isolate l’una dall’altra, per millenni, finché l’Occidente non approdò davvero in Oriente nel XIX secolo. Le tappe fondamentali che fanno una vera civiltà, la scrittura, l’uso dei metalli, l’organizzazione sociale, la religione rivelata, la filosofia della natura, furono tutte sviluppate separatamente, nell’isolamento, dall’Oriente e dall’Occidente, e non per un’influenza stretta e reciproca né per un apporto esterno.380 Soltanto una sottile via della seta collegava le due civiltà. Ogni elemento culturale trasmesso tra l’Oriente e l’Occidente doveva seguire questo passaggio estremamente stretto attraverso le montagne dell’Asia centrale, e non poteva quindi che perdere tutti i suoi tratti tranne l’essenziale. La via della seta era troppo stretta e troppo lunga per un’influenza intellettuale stretta tra l’Oriente e l’Occidente.381

Contrariamente a quanto spesso si immagina, sulla via della seta il mare era importante quanto la terra. Per questo gli specialisti ritengono che il termine silk route, che significa un passaggio, sia più esatto di silk road, che esprime soltanto la via terrestre. La via della seta, fatta di vie terrestri e marittime che collegavano l’Oriente e l’Occidente, fu davvero aperta nel I secolo a.C. e divenne il passaggio commerciale tra l’Oriente e l’Occidente. Finché Vasco da Gama non aprì nel 1497 una rotta marittima diretta tra l’Oriente e l’Occidente, che collegava l’Atlantico e l’oceano Indiano, essa servì per più di 1700 anni come unico passaggio tra l’Oriente e l’Occidente.

Ciò che circolava soprattutto sulla via della seta erano oggetti preziosi, leggeri e di grande valore. Per millenni la seta e le spezie della Cina furono vendute all’Occidente, e dall’Occidente arrivavano in Cina vetrerie e metalli preziosi destinati a comprare la seta. La seta era di gran lunga la merce più importante. Per questo si chiamò quel cammino via della seta. Nel I secolo a.C., mentre la potenza della Cina degli Han e quella dell’Impero romano si consolidavano e si estendevano in Oriente e in Occidente, la via della seta entrò in pieno funzionamento.

In quest’epoca esistono in Cina documenti che chiamano l’Impero romano Daqin (大秦國). E la letteratura dell’epoca romana riferisce che la seta cinese si vendeva in grandi quantità a Roma. Roma arrivò ad allarmarsene:

Il Senato romano votò più volte, per ragioni economiche e morali, leggi che vietavano ai cittadini romani di indossare la seta, ma non furono rispettate. Grandi quantità d’oro dell’Impero romano fluivano verso la Cina per importare la seta. Moralmente le vesti di seta erano respinte come lussuose e immorali.382

Seneca, senatore romano del I secolo d.C., ha lasciato sul «lato immorale» delle vesti di seta la testimonianza seguente:

Non so se si possano chiamare vesti stoffe di seta che non nascondono le forme del corpo né preservano la dignità di chi le indossa…… Innumerevoli donne gareggiano in zelo per le vesti di seta, vedendo che il corpo delle donne impudiche traspare tale e quale attraverso la seta leggera, sicché l’ospite e il padrone di casa possono avere della moglie la stessa conoscenza.383

Il commercio tra l’Oriente e l’Occidente attraverso la via della seta era un commercio indiretto. In altre parole, i mercanti dei numerosi paesi dell’Asia centrale e del Medio Oriente, situati tra l’Occidente europeo e l’Oriente dell’Asia orientale, facevano da intermediari. Il primo Occidentale a visitare direttamente l’Oriente senza questi intermediari, a esserne testimone e a lasciarne un resoconto fu Marco Polo. Era il XIII secolo. Certo, sacerdoti cattolici avevano visitato di tanto in tanto la Cina prima di Marco Polo e lasciato resoconti, ma fu Marco Polo a far conoscere davvero l’Oriente all’Occidente. Marco Polo, partito per l’Oriente nel XIII secolo lungo la via della seta, tornò per la via marittima della via della seta.

Marco Polo consegnò ciò che aveva visto in Oriente in un libro, Il Milione, alla fine del XIII secolo. Il suo racconto di viaggio divenne il primo libro a presentare la civiltà orientale all’Europa. Influenzò molte persone, tra cui Cristoforo Colombo, che attraversò l’Atlantico e scoprì l’America nel 1492. Colombo lesse avidamente Il Milione, annotandolo man mano, e decise di aprire una rotta marittima diretta dall’Occidente all’Oriente per recarvisi.

Con Il Milione Marco Polo fece conoscere la cultura dell’Oriente; tra le cose che descrisse figurano un atteggiamento tollerante verso molte religioni, l’uso della cartamoneta, la stampa a caratteri mobili, l’uso del carbone, la Grande Muraglia e il Grande Canale. La maggior parte degli Occidentali, non soltanto all’epoca di Marco Polo ma per secoli dopo, non gli credette. I fondamenti della civiltà erano troppo diversi, e le differenze di scala troppo grandi, perché ci si credesse. Come ci si poteva servire di pezzi di carta invece dell’oro o dell’argento? Come si poteva bruciare una pietra nera come combustibile? Come potevano libri, fatti ricopiando a mano ogni pagina, essere prodotti in massa con cose chiamate caratteri e carta? E soprattutto, com’era possibile una società umana non incentrata su Dio, e come potevano più religioni coesistere in uno stesso paese? Nutrendo simili dubbi, si prese Marco Polo per uno spaccone, perché tutto ciò era difficile da comprendere o da immaginare. Ma questi dubbi e queste domande erano del tutto naturali per Occidentali che vivevano ancora nei secoli bui del Medioevo.

Soprattutto per gli Occidentali della fine del XIII secolo, in cui tutto, la politica, l’economia, la popolazione, era su piccola scala, era incredibile che il numero di persone o di cose coinvolte in questo o quell’avvenimento accaduto in Oriente riferito da Marco Polo superasse così spesso il milione. Se si considera che, ancora alla fine del XV secolo, la popolazione dell’Inghilterra era di circa tre milioni, l’unità del milione passava per gli Occidentali dell’epoca per un numero che si poteva raggiungere soltanto mobilitando più paesi. Per questo in Occidente si derideva Marco Polo chiamandolo «Il Milione», l’uomo dei milioni. Si racconta che sul letto di morte gli amici lo esortarono, per la pace della sua anima, a pentirsi delle molte menzogne consegnate nel Milione. Marco Polo sospirò che non aveva descritto nemmeno la metà delle meraviglie che aveva visto in Oriente, e chiuse gli occhi.

Nei secoli successivi gli Europei furono convinti che Il Milione fosse una favola, e fecero di Marco Polo il sinonimo dello spaccone e del bugiardo. In Occidente si chiamava «un Marco Polo» chi diceva cose ritenute assurde. Ciò durò circa trecento anni, finché gli Occidentali non vennero direttamente in Oriente nel XVI e XVII secolo lungo la rotta diretta tra l’Atlantico e l’oceano Indiano che Vasco da Gama aveva aperto nel 1497, e constatarono che l’essenziale di ciò che Marco Polo aveva descritto nel Milione era vero.384

Se l’Occidente non poté comprendere questo nuovo volto dell’Oriente, fu a causa dei «secoli bui» del Medioevo. Mentre l’Occidente attraversava quasi mille anni di secoli bui, l’Oriente non smise di progredire nella sua cultura. Questa cultura e questo pensiero avanzati dell’Oriente, separati da mille anni, giunsero in Occidente e lo influenzarono in due ondate: prima la cultura materiale dell’Oriente, poi il suo pensiero. Durante la «pace mongola» (Pax Mongolica), in cui fu costruito un grande impero che attraversava il continente eurasiatico e in cui tutto il commercio fu vigorosamente incoraggiato per circa due secoli, le invenzioni dell’Oriente affluirono davvero in Occidente e influenzarono grandemente il Rinascimento occidentale. In seguito il pensiero orientale, entrando in Occidente con il primo contatto umano diretto tra l’Oriente e l’Occidente, influenzò profondamente l’Illuminismo occidentale.

Il contatto diretto tra l’Oriente e l’Occidente attraverso una rotta marittima diretta dovette attendere il XVI secolo. Prima, la via della seta doveva attraversare molteplici frontiere sotto la giurisdizione di numerosi paesi. L’eccezione fu l’epoca in cui i Mongoli costruirono un impero che abbracciava l’Oriente e l’Occidente. L’Impero mongolo estese considerevolmente le strade e i ponti, ne costruì di nuovi, e promosse attivamente il libero commercio e gli scambi culturali sia all’interno dell’impero sia tra l’Oriente e l’Occidente. Fu allora che le invenzioni dell’Oriente giunsero davvero in Occidente, grazie all’Impero mongolo, che costruì attraverso il continente eurasiatico il più vasto impero della storia umana e stabilì la pace mongola. Prima si aveva, attraverso la via della seta, soltanto una vaga consapevolezza dell’esistenza di una civiltà orientale. L’umanità, disponendo soltanto di mezzi di trasporto e di comunicazione limitati, viveva senza sentire il bisogno che l’Oriente e l’Occidente si comprendessero bene. Fino al XII secolo il viaggio tra l’Oriente e l’Occidente lungo la via della seta richiedeva due o tre anni per la sola andata.

All’epoca della pace mongola il flusso culturale andava a senso unico dall’Oriente verso l’Occidente. L’Occidente cominciava allora appena ad agitarsi per uscire da circa mille anni di tenebre medievali; non aveva dunque da offrire all’Oriente che il cattolicesimo, una religione della rivelazione. Ma l’Oriente aveva già stabilito saldamente un sistema di filosofia della natura incentrato sul taoismo e sul confucianesimo, che non lasciava alcuna breccia in cui la religione rivelata dell’Occidente potesse penetrare. Così la cultura orientale passò a senso unico in Occidente, e quella che vi giunse allora ebbe un’influenza non trascurabile sull’inizio e sullo sviluppo del Rinascimento occidentale. Nel suo libro Genghis Khan and the Making of the Modern World il professor Jack Weatherford esprime così l’influenza della pace mongola sul Rinascimento:

Nel Rinascimento europeo la tecnica, la guerra, l’abbigliamento, il commercio, la cucina, l’arte, la letteratura e perfino la musica dell’Europa cambiarono sotto l’influenza mongola…… Per la prima volta nella loro storia gli Europei indossarono pantaloni e giacche invece di lunghe tuniche e gonne. Invece di pizzicare gli strumenti con le dita, li suonarono con l’arco di cui si servivano i Mongoli nella steppa. E anche l’arte cominciò a dipingere in modo nuovo.385

Soltanto nel Rinascimento gli Occidentali cominciarono a portare i pantaloni, appresi dai Mongoli. Prima, per millenni, portavano lunghe tuniche, come si vede nelle immagini dei Greci, dei senatori romani e dei monaci medievali. E, per millenni, lo strumento a corde dell’Occidente fu l’arpa, pizzicata a mano; soltanto nel Rinascimento si cominciò a suonare le corde passandovi sopra un arco. È ciò che portò al violino e al violoncello.

L’Occidente, che aveva sopportato mille anni di tenebre medievali, poté scoprire grazie alla pace mongola molte meraviglie dell’Oriente. Tra di esse figurano quelle che spesso contiamo come le quattro grandi invenzioni della Cina: la carta, la polvere da sparo, la stampa e la bussola. Esse ebbero un grande effetto su Occidentali che erano sopravvissuti alla peste nera, che devastò il mondo nel XIV secolo, e che avevano acquisito uno sguardo nuovo sulla vita: fu l’inizio del Rinascimento. Alcune di queste cose, la carta per esempio, erano già giunte in Occidente in precedenza, attraverso la mediazione dei mercanti dei numerosi paesi dell’Asia centrale e del Medio Oriente. Ma, passando per le mani di mercanti di paesi dalle lingue, dalle scritture, dai costumi e dalle culture diverse, l’essenza delle tecniche, della cultura e del pensiero, a differenza delle merci stesse, non poteva che diluirsi o perdersi. Durante la pace mongola, invece, immense quantità di invenzioni orientali affluirono senza sosta in Occidente, con un effetto decisivo sullo sviluppo e sullo slancio della civiltà occidentale.

Si indovina facilmente quanto l’arrivo della carta e della stampa in Occidente, moltiplicando il numero dei libri, abbia contribuito a far nascere il Rinascimento. Anche Il Milione di Marco Polo circolò dapprima soltanto in manoscritti copiati a mano. Ma al tempo di Colombo gli esemplari stampati si erano diffusi, e Colombo poté leggerlo a stampa. E l’arrivo della bussola in Occidente facilitò in modo decisivo le navigazioni portoghesi e spagnole attraverso l’Atlantico, l’oceano Indiano e il Pacifico, che si moltiplicarono a partire dalla fine del XV secolo. In quell’epoca, combinando la ghisa orientale (iron cast) e l’uso della polvere da sparo, l’Occidente riuscì a fabbricare eccellenti cannoni, e la storia mostra bene che il cannone contribuì in modo decisivo alla conquista del mondo da parte dell’Occidente.

Se il Rinascimento del XV e XVI secolo fu debitore della cultura orientale che cominciò ad affluire liberamente in Occidente grazie alla pace mongola a partire dal XIV secolo, l’Illuminismo occidentale del XVII e XVIII secolo, che seguì il Rinascimento, vide il contatto diretto rendere possibile lo scambio di pensiero tra l’Oriente e l’Occidente. Anche questa volta la corrente del pensiero andò a senso unico, dal pensiero orientale verso l’Occidente. Poiché l’Occidente cercava di liberarsi dei molteplici dogmi irrazionali della religione rivelata, il sistema orientale di filosofia della natura, incentrato sulla natura, fluì verso l’Occidente.

L’Illuminismo: il giudizio positivo dell’Occidente sulla civiltà orientale

Separati dalle catene dell’Himalaya e del Kunlun, che si chiamano il tetto del mondo, l’Oriente e l’Occidente trascorsero millenni senza influenzarsi, costruendo ciascuno una civiltà dotata di un proprio carattere. Un vero scambio intellettuale tra queste civiltà, sviluppatesi in un isolamento reciproco, divenne infine possibile soltanto nel XVI e XVII secolo. Cominciò quando missionari cattolici occidentali vennero a vivere a Pechino lungo la rotta tra l’Atlantico e l’oceano Indiano che aveva aperto Vasco da Gama.

Il personaggio più importante tra questi sacerdoti cattolici è Matteo Ricci (1552–1610). Ricci giunse a Macao nel 1582, a trent’anni, e visse ventotto anni in Cina, imparandone la lingua e la cultura fino alla morte a Pechino, nel 1610. Consigliere alla corte cinese, pubblicò in cinese Il vero significato del Signore del Cielo (天主實義), che presentava all’Oriente la nozione occidentale di Dio. Cristiano, imparò il confucianesimo. Alla sua morte fu sepolto a Pechino, sul terreno di un antico tempio buddhista.

Matteo Ricci ha anche un legame con la Corea. Attraverso Yi Su-gwang (李睟光), venuto a Pechino come inviato di Joseon, l’esposizione di Ricci sulla civiltà occidentale e sulla dottrina cristiana giunse in Corea. Tornato in patria, Yi Su-gwang scrisse nel 1614 (sesto anno del re Gwanghae) la prima enciclopedia di Joseon, il Jibong yuseol (芝峰類說), in cui menzionava il cattolicesimo. Ricci si adoperava con zelo per diffondere il pensiero occidentale in Cina attraverso il cristianesimo ma, traducendo i Dialoghi e altre opere e trasmettendole all’Occidente, diede anche un contributo decisivo alla diffusione del pensiero orientale in Europa. Fu allora che Kong Fuzi ricevette il nome latinizzato di Confucius, Confucio.

Che cosa imparò e che cosa provò allora l’Oriente al contatto con l’Occidente? L’Oriente si interessò alle tecniche occidentali del ritratto, alle macchine di precisione come gli orologi e alle carte del mondo. Ma, in filosofia e nel pensiero, ciò che l’Occidente poteva offrire era la religione rivelata, cioè il cattolicesimo. Ora, l’Oriente aveva già acquisito una conoscenza considerevole del cristianesimo attraverso contatti sotto i Tang, i Song e gli Yuan; non era dunque una novità. E si può supporre che l’Oriente, che possedeva già un sistema di filosofia della natura corrispondente alla fine dell’Illuminismo occidentale, non trovasse grande interesse nella religione rivelata. Così, nel XVII e XVIII secolo, durante l’Illuminismo occidentale, la corrente del pensiero andò nel senso dell’influenza della filosofia orientale della natura sull’Occidente.

Tra i primi Cinesi a visitare l’Occidente ci fu Shen Fuzong (沈福宗), convertito al cattolicesimo da Couplet, un missionario occidentale che viveva in Cina.386 Ricevette il nome di battesimo di Michele (Michael). Lasciarono Macao per l’Europa nel 1681. Shen Fuzong visitò l’Italia, la Francia e l’Inghilterra e, con Couplet, visitò Londra, Berlino e Vienna, incontrando studiosi e rispondendo, si dice, a domande sulla lingua cinese, sulla filosofia orientale e su altri argomenti. Nel 1684 fu ricevuto dal re di Francia Luigi XIV, partecipò a una cena reale e diede dimostrazione dell’uso delle bacchette e della scrittura dei caratteri cinesi. Dal 1685 al 1688 soggiornò in Inghilterra. Durante il soggiorno fu ricevuto dal re d’Inghilterra Giacomo II. Giacomo II si interessò molto a Shen Fuzong, il primo Cinese a visitare l’Inghilterra, e fece fare il suo ritratto, che appese nel suo palazzo. 387 Lasciò l’Inghilterra nel 1688 per il Portogallo e divenne sacerdote gesuita. Sarebbe morto nel 1691 vicino al Mozambico, sulla via del ritorno verso la Cina.388

Attraverso Matteo Ricci, Shen Fuzong e altri, i pensatori occidentali entrarono per la prima volta in contatto diretto con la cultura dell’Oriente. I pensatori occidentali manifestarono allora una curiosità nuova e senza pregiudizi verso il pensiero orientale, e lo giudicarono. Nell’Illuminismo occidentale, nel XVII e XVIII secolo, il pensiero orientale influenzò direttamente il pensiero occidentale su due fronti: l’etica politica, incentrata sul confucianesimo, e l’economia politica, incentrata sul taoismo.

I pensatori occidentali dell’epoca, avendo vissuto i massacri spietati tra protestanti e cattolici scatenati dalla Riforma ancora in corso, erano nauseati dal dogma e dall’intolleranza della religione occidentale. In queste circostanze scoprirono nel pensiero orientale una cosmologia naturale e un sistema etico fondati non sulla rivelazione di Dio ma sulla mente, ed espressero stupore e ammirazione, perché incontravano una civiltà in cui ciò che cercavano era già realizzato. Un pensatore come Leibniz (1646–1716) rappresenta coloro che, giudicando positivamente la civiltà orientale, espressero grandi speranze negli scambi tra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente:

Considero un disegno singolare del destino che la cultura e la raffinatezza umane si trovino oggi come concentrate alle due estremità del nostro continente, in Europa e in Cina. Forse la Provvidenza suprema ha ordinato questa disposizione affinché, mentre i popoli più colti e più lontani si tendono le braccia, quelli che si trovano tra loro siano a poco a poco condotti a un modo di vivere migliore.389

I pensatori illuministi di quest’epoca giudicavano positivamente il modo in cui il pensiero orientale funzionava bene nella società orientale, in politica, in economia e in etica, senza alcun dogma, con grande tolleranza, e riducendo al minimo l’intervento del governo. I professori Walter Demel e David Mungello hanno pubblicato articoli e libri che riassumono bene le opinioni dei pensatori occidentali di quest’epoca sulla civiltà orientale. La visione di Demel, in breve, è la seguente:

Agli occhi dell’Occidente i Cinesi apparivano gentili e laboriosi, ma in definitiva atei e superstiziosi. Eppure i filosofi occidentali videro sotto molti aspetti lati sorprendenti: che i funzionari dell’Oriente fossero scelti unicamente in base al giudizio e alla virtù personali, senza riguardo alla nascita né alla ricchezza; che i letterati fossero oggetto di un rispetto particolare; che ogni sorta di statistiche fosse molto sviluppata; e soprattutto trovavano strano che la Cina godesse di grande abbondanza pur non ricevendo la benedizione di Dio. L’Occidente pensava allora dei Cinesi che, per quanto etici, cortesi e intelligenti fossero, non sapessero nulla della Bibbia né di Aristotele e fossero incapaci di qualsiasi giudizio religioso. I pensatori occidentali erano molto a disagio perché la Cina, in qualunque modo la esaminassero, non rientrava nel loro sistema di pensiero… Scoprirono che l’Oriente aveva un modello culturale unico, che non si trovava in nessun’altra parte del mondo. Furono profondamente colpiti nel vedere gli imperatori della Cina interessarsi direttamente all’agricoltura. Esortarono i monarchi occidentali a fare in primavera una dimostrazione della semina, come l’imperatore della Cina. Così monarchi occidentali come Luigi XV, Luigi XVI e Giuseppe II fecero dimostrazioni di semina. Voltaire riteneva che, mentre tutte le altre nazioni erano immerse nella superstizione, soltanto la classe dirigente cinese fosse saggia e deista (deistic). Si stupiva che in Cina, tra il sovrano supremo e il popolo, non ci fosse alcuna classe intermedia come l’aristocrazia occidentale. Si meravigliava che tutti lavorassero, e che non ci fosse uno strato, come l’aristocrazia, che non lavorava. L’editto di tolleranza (Edict of Tolerance) dell’imperatore Kangxi, che concesse nel 1692 la libertà religiosa, li sbalordì, e arrivarono a criticarlo come eccessivamente tollerante. Molti pensatori occidentali pensavano che la Cina fosse governata da filosofi. Furono molto incoraggiati nel vedere che si era mantenuto e sviluppato così a lungo un sistema in cui esistevano istituzioni per promuovere i funzionari, questi erano ben trattati, e la corruzione era severamente punita. Il monarca cinese governava con l’aiuto di consiglieri leali e dotti, ed essi finirono per vedere in questo modello l’esempio del «monarca assoluto illuminato» che avevano in mente. Appresero che l’etica era l’idea centrale della società cinese, e che quest’etica non era soltanto uno scopo pratico verso cui si sforzava il popolo, anche se non era fatto di cristiani ferventi, ma un ideale che ciascuno poteva raggiungere.390

Anche il professor Mungello scrive, nel suo libro The Great Encounter of China and the West, 1500–1800 e nell’articolo «Confucianism in the Enlightenment», sull’Oriente quale l’Europa lo vedeva nell’Illuminismo. In breve:

Voltaire e altri pensatori illuministi sostenevano che la Cina, governata da un imperatore fondato sui valori spirituali del confucianesimo, potesse essere un modello di monarchia illuminata per l’Europa. In altre parole, notavano che il monarca governava di concerto con un corpo di letterati-funzionari. Il rispetto di Quesnay per Confucio era così profondo che diffuse con zelo il confucianesimo in Europa, al punto che Quesnay stesso fu chiamato «il Confucio d’Europa». Si interessarono vivamente al fatto che i Cinque Classici del confucianesimo fossero considerati l’eredità comune di tutti gli Orientali, e non di una fazione particolare. Giudicavano che gli insegnamenti di Confucio, incentrati sull’etica, fossero non soltanto coerenti logicamente, ma di grande valore pratico. Vedevano il confucianesimo come utile per stabilire un sistema politico ideale per l’umanità. Erano soprattutto stupiti e incoraggiati perché era la prova storica che un sistema etico era possibile senza religione. Alcuni pensatori illuministi respinsero la cosmologia e la metafisica del neoconfucianesimo come materialiste e atee. Il pensiero confuciano fu introdotto in Inghilterra nel XVIII secolo, e Samuel Johnson sottolineò che la Cina aveva adottato un sistema di letterati-funzionari fondato sul merito, in contrasto con le cariche che i finanzieri di Londra compravano e vendevano allora in Inghilterra… Apprezzava soprattutto che gli esami imperiali cinesi legassero le cariche alla capacità e ai risultati intellettuali dell’individuo. Così la Cina finì per essere considerata la prova vivente di una «meritocrazia dotta» (learned meritocracy).391

Questo interesse favorevole per la Cina si manifestò anche nella vita e nell’architettura dell’aristocrazia occidentale, e nello sviluppo del giardino all’inglese. In quell’epoca i palazzi di Francia a Versailles, degli Asburgo a Vienna e della casa reale di Prussia a Sanssouci avevano un «gabinetto cinese», in cui tutti gli ornamenti, le pareti e i soffitti erano decorati alla cinese. Lo stile rococò di architettura e di decorazione, in voga nell’Occidente del XVIII secolo, si ispirava a modelli cinesi. Si diffondevano la seta cinese, la porcellana cinese e il tè come gusti raffinati, e se ne godeva. L’Europa dell’epoca, seguendo la lingua francese, chiamò questa tendenza della cultura, dell’architettura e del modo di vivere chinoiserie, cioè «alla cinese». Anche nelle arti comparvero maestri influenzati dall’Oriente, come Watteau (1684–1721).

Mentre le dinastie del continente europeo accoglievano così la cultura cinese, in Inghilterra comparve, sotto l’influenza cinese, ciò che si chiama giardino all’inglese (English Garden). Fino all’epoca barocca erano in voga in Occidente giardini ben ordinati che riflettevano l’equilibrio e i concetti geometrici, simboli dell’ordine della religione rivelata o della monarchia assoluta. Sotto l’influenza del naturalismo cinese, i giardini geometrici del continente europeo si trasformarono nel giardino all’inglese, che può sembrare disordinato ma è naturale. Forse l’Inghilterra, la prima a disfarsi della monarchia feudale europea e a riuscire a stabilire la democrazia parlamentare, preferì il giardino naturale come espressione, nell’arte dei giardini, del sistema della filosofia della natura.

3) L’Illuminismo occidentale: illuminato contro che cosa?

Nell’Illuminismo, nel XVII e XVIII secolo, l’Occidente discusse con ardore e serietà molte questioni che oggi stentiamo a immaginare. Tra i più grandi filosofi, scienziati e pensatori dell’epoca si discuteva, con fervore religioso, fredda ragione e talvolta senso della giustizia, di varie tesi scritte nella Bibbia. Per comprendere perché i pensatori occidentali mostrarono una grande curiosità per la filosofia orientale della natura e propesero verso di essa, esaminiamo alcuni di questi episodi interessanti.

L’Occidente che credeva che l’inferno si trovasse davvero sotto Gerusalemme

Da quando il cristianesimo ha sottolineato l’importanza dell’aldilà, gli Occidentali hanno creduto fermamente nel paradiso e nell’inferno. Gli Occidentali del Medioevo erano sicuri che l’inferno si trovasse sotto Gerusalemme. Quando Dante scrisse la Divina Commedia, tra il XIII e il XIV secolo, collocò l’inferno sotto Gerusalemme. L’esistenza di questo inferno è direttamente legata alla credenza occidentale in un aldilà fatto di paradiso e di inferno. Molto più seriamente di quanto supponiamo, gli Occidentali del Medioevo e dell’inizio dell’età moderna credevano che il Giudizio universale fosse vicino. Così il desiderio di essere assolti dai propri peccati al Giudizio universale e di andare in paradiso governava la loro vita. La Chiesa offriva diversi pegni di questo perdono. Per esempio, la dichiarazione del papa secondo cui partecipare alla crociata per riprendere Gerusalemme rimetteva tutti i peccati e apriva il paradiso ebbe un ruolo decisivo nella formazione della prima crociata. Ciò portò poi la Chiesa a vendere le indulgenze. Molti cercavano di sfuggire alla paura dei molteplici e terribili castighi dell’inferno.

L’Occidente che credeva che il sole girasse intorno alla terra e che l’uomo fosse il centro del mondo

Il miracolo di Giosuè che ferma il sole nel cielo (Giosuè 10,12–14) fu una delle pietre angolari ritenute vere nel pensiero occidentale per più di mille anni. Il geocentrismo era una verità incontestabile. Un avvenimento che sollevò grandi tempeste avvenne alla fine del Rinascimento e all’inizio dell’Illuminismo: la «cosmologia centrata sul sole» (heliocentrism) proposta, sulla base dei fatti scientifici dell’osservazione astronomica, da Copernico (Nicolaus Copernicus, 1473–1543), Keplero (Johannes Kepler, 1571–1630), Galileo (Galileo Galilei, 1564–1642) e altri. Perché, secondo il geocentrismo, Dio aveva fermato il sole; ma, secondo la nuova teoria eliocentrica, Dio avrebbe dovuto fermare la rotazione della terra. O Dio o Giosuè si era sbagliato, o si era prodotto un errore grave nel legame tra Dio e Giosuè, o c’era un errore nella redazione della Bibbia: così si poneva la questione di un problema nella Bibbia stessa. Il celebre eliocentrismo di Galileo ci è ben noto. I movimenti celesti che Galileo osservò realmente con il cannocchiale avevano chiaramente il sole come centro, con la terra che gli girava intorno. Ma il papato doveva continuare ad affermare la parola di Dio scritta nella Bibbia. Il papato impose il geocentrismo, secondo cui il sole gira intorno alla terra. La Chiesa medievale sosteneva le ipotesi di Aristotele e di Tolomeo e considerava la terra il centro del mondo, con il sole, la luna e i corpi celesti che si muovevano sopra di essa, perché questa ipotesi si accordava bene con la descrizione della creazione nella Genesi, nel Pentateuco di Mosè. L’eliocentrismo scuoteva la «cosmologia centrata sulla terra» (geocentrism), insita nel dogma biblico secondo cui Dio aveva creato in modo speciale la terra e l’uomo. Così il papato romano non poteva che reprimere la loro osservazione secondo cui la terra gira intorno al sole. Si racconta che Galileo, pur riconoscendo la parola della Bibbia per salvarsi la vita, ripeté il suo eliocentrismo: «Eppur si muove».

La credenza nel diluvio di Noè messa in discussione dall’arrivo della cultura orientale in Occidente

Legato al calcolo dell’età della terra, ci fu anche un episodio in cui la cultura orientale influenzò una nuova datazione del diluvio di Noè. Nel XVIII secolo, quello dell’Illuminismo occidentale, i pensatori occidentali giunsero a dubitare dei lati irrazionali del cristianesimo e tentarono di darne spiegazioni razionali. Uno di questi sforzi fu cercare quando fossero avvenuti la creazione e l’inizio dell’umanità. All’epoca si riteneva ancora ovvio calcolare la data seguendo la genealogia consegnata nella Bibbia, da Adamo fino ad Abramo. In queste circostanze, mentre la civiltà orientale entrava in Occidente attraverso i rapporti e le traduzioni dei padri gesuiti inviati a Pechino, i pensatori illuministi vi trovarono materiali utili per attaccare il dogma cristiano. Lo studioso olandese Isaac Vossius (1618–1689) si interessò molto non alla storia secondo la Bibbia, ma alla storia naturale (natural history). Nel suo libro De vera aetate mundi (Sulla vera età del mondo), pubblicato nel 1659, sostenne che la cultura cinese cominciava almeno verso il 2900 a.C., più di cinquecento anni prima del Diluvio, e che il metodo di calcolo biblico era dunque sbagliato. Voltaire si servì di questo argomento per attaccare il dogma secondo cui il giudeo-cristianesimo era la prima e la più antica religione.392 E, andando oltre, Voltaire divenne un pensatore che riconobbe la civiltà orientale, insieme ad altre civiltà, come civiltà umane esterne al cristianesimo. Ne tenne conto nel suo Dizionario filosofico: fu il primo caso, in Occidente, in cui si riconobbero e si trattarono formalmente, accanto alla civiltà cristiana, la civiltà cinese e altre civiltà.

L’incredulità verso i miracoli, cuore della religione rivelata

Voltaire, che combatté nell’Illuminismo le molteplici superstizioni e i dogmi che prendevano a prestito il nome della religione, pensava che un Dio che fa miracoli fosse una cosa creata dall’uomo perché ne aveva bisogno, e mai una cosa che Dio gli avesse insegnato o comandato: «Perché Dio dovrebbe fare miracoli?… Credere ai miracoli è una sciocchezza, e un’irriverenza verso Dio».393 Voltaire vedeva il sistema orientale di filosofia della natura come fondato sulla mente. Giudicava che il sistema filosofico orientale non avesse né superstizione, né fede nei miracoli, né processo di personificazione, e che i riti non fossero altro che il rispetto degli antenati morti. Voltaire pensava che il confucianesimo stabilisse con grande successo un ordine etico e sociale nella società umana, e che quest’etica orientale fosse più efficace di un cristianesimo fondato sulle credenze superstiziose, sui rituali ingombranti e sulle istituzioni corrotte dell’Occidente: «Dio non ha bisogno né dei nostri sacrifici né delle nostre preghiere. Siamo soltanto noi a sentirne il bisogno. Non è Dio che ci ha fatto adorarlo, siamo noi stessi».394 Sul problema in cui si imbatte il fondatore di una religione dei miracoli, Voltaire scrisse: «Se volete una grande fama ed essere fondatori di una religione, la cosa migliore è essere completamente pazzi. Ma non dimenticate che la vostra follia deve seguire la corrente del suo secolo. Anche nella follia, bisogna che la vostra mente guidi le vostre parole e i vostri atti insensati. In altre parole, bisogna affermare le proprie opinioni fino a stancare gli altri e non temere di essere ostinati all’estremo. Bisogna dunque essere pronti a essere impiccati. Ma se sfuggite alla forca, vi innalzeranno altari».395 In definitiva, man mano che si moltiplicavano i pensatori che negavano i miracoli, essi diffusero, contro la religione rivelata che credeva nei miracoli, il deismo, secondo cui Dio non interviene nelle vicende umane.

Il movimento per ritrovare la lingua di Adamo ed Eva, e il valore attribuito agli ideogrammi cinesi

Nell’Illuminismo occidentale, nel XVII e XVIII secolo, ci si sforzò, parallelamente al calcolo dell’età della terra, di ritrovare la lingua parlata da Adamo ed Eva. La lingua che Adamo usava nel giardino dell’Eden era ritenuta la lingua pura anteriore alla caduta, la lingua degli angeli. Lo sforzo occidentale per ritrovare la «lingua adamica» (Adamic Language) veniva dal racconto della Genesi: «Il Signore Dio plasmò dal suolo tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati, e qualunque nome l’uomo desse a ciascun essere vivente, quello doveva essere il suo nome» (Genesi 2,19). Se cercavano la lingua di Adamo anteriore alla caduta, era perché la storia occidentale del XVI e XVII secolo era segnata dal conflitto tra protestanti e cattolici e dai lunghi massacri tra le potenze che se ne servivano, e ne attribuivano la causa alle differenze di lingua e di concetti. Questo pensiero fu ancora rafforzato dal racconto biblico della torre di Babele: dopo la creazione l’umanità viveva in armonia parlando un’unica lingua; ma quando Dio vide l’umanità insuperbirsi e costruire la torre di Babele per sfidare la sua sapienza e la sua autorità, la abbatté, disperse l’umanità in numerose tribù e fece loro parlare lingue diverse perché non potessero mai più riunirsi. Così, per guarire la divisione dell’umanità, i pensatori illuministi dedicarono grandi sforzi a ritrovare la lingua originaria, quella di Adamo ed Eva. Il loro scopo era superare il conflitto tra protestanti e cattolici e allargare il dominio della comprensione umana. Si interessarono agli ideogrammi cinesi, giudicandoli più vicini alla natura delle scritture fonetiche dei paesi occidentali, e pensando che potessero aiutare a ritrovare la lingua di Adamo ed Eva.

L’Occidente che credeva fermamente che la terra avesse circa seimila anni

La Genesi, primo libro del Pentateuco e inizio della Bibbia giudeo-cristiana, si apre con la descrizione dettagliata della creazione del cielo e della terra da parte di Dio. Almeno fino al XVIII secolo la maggior parte degli Occidentali credeva fermamente, come un fatto, che Mosè l’avesse scritta dopo aver ricevuto direttamente la rivelazione da Dio. Chiunque sollevasse obiezioni era visto come un eretico e un apostata che commetteva un crimine grave, tale da mettere in pericolo la sua vita. Per moltissimo tempo, fino all’inizio del XVIII secolo, la civiltà occidentale credette fermamente che Dio avesse creato la natura e l’uomo in sei giorni. L’Antico Testamento consegna in dettaglio il processo e la durata della creazione, il fatto che il primo uomo, Adamo, visse 930 anni, e quanti anni visse ciascuno dei suoi discendenti (Genesi 5). Il Nuovo Testamento comincia con la genealogia dettagliata dei re e dei profeti, da Abramo a Gesù. Su questa base, intorno al IV secolo, quando l’Impero romano proclamò il cristianesimo religione di Stato, prese piede l’abitudine di calcolare seriamente la data della creazione e di riportarla nel calendario. All’inizio i più credevano che la creazione fosse avvenuta cinque o seimila anni prima. Il calendario dell’Impero bizantino prendeva come riferimento una creazione avvenuta 5509 anni prima di Cristo. Ciò si fondava sulla fede nei sei giorni della creazione descritti nell’Antico Testamento, e sul passo della seconda lettera di Pietro secondo cui «davanti al Signore un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno».396 La «creazione di seimila anni fa» restò fermamente creduta anche dopo il Medioevo. Fino al XVIII secolo, alla fine dell’Illuminismo, l’idea che l’universo fosse stato creato verso il 4000 a.C. era accettata come un fatto, e si avanzava una data precisa: il 18 marzo 3952 a.C. Aggiungendo gli anni da Gesù in poi, la creazione risaliva a seimila anni prima. Il riformatore Calvino predicava che «dalla creazione sono trascorsi poco più di cinquemila anni», e anche Lutero diffondeva la creazione di seimila anni fa predicando che «sappiamo da Mosè che il mondo non esisteva seimila anni fa». Lo stesso Shakespeare scrive nella sua opera: «Il povero mondo ha quasi seimila anni». Molti scienziati aggiornavano continuamente la data della creazione sulla base dei fatti appena scoperti. Newton (Isaac Newton, 1642–1727), lo scienziato che scoprì la gravitazione universale e, mostrando che le leggi di Keplero ne derivano, rafforzò ancora l’eliocentrismo, credeva anch’egli fermamente nei molteplici dogmi della Bibbia, creazione compresa. Calcolò la data della creazione così come la scrive la Bibbia e annunciò una nuova data: la terra aveva circa 5700 anni, un po’ diversamente da quanto si sapeva fino ad allora.

Gli Occidentali che calcolavano seriamente la data della fine del mondo e del ritorno di Cristo

La teoria della fine del mondo veniva dalla credenza religiosa, consegnata nel Nuovo Testamento, nel ritorno di Gesù e nel Giudizio universale. In Occidente non soltanto la gente del Medioevo, ma molti Occidentali fino al XVIII secolo credevano fermamente, come la Bibbia annunciava, nella fine del mondo e nel ritorno di Gesù. Poiché la Bibbia lo spiega molte volte e in gran dettaglio, gli Occidentali del Medioevo lo consideravano un elemento essenziale della fede cristiana. L’escatologia (eschatology), o dottrina dell’aldilà, fu usata attivamente dal papato medievale come un mezzo efficace per stabilizzare la società e mantenere l’autorità pontificia. Papa Leone III assicurò l’autorità della Chiesa su tutta l’Europa grazie a Carlo Magno nell’800; a partire dalle crociate della fine dell’XI secolo la Chiesa concesse indulgenze fondate sulla dottrina dell’aldilà, e finì con il tempo per venderle. All’inizio del XVI secolo, poiché la vendita delle indulgenze cattoliche era diventata sfrenata, Lutero si levò infine coraggiosamente contro di essa nel 1517, e ottenne il sostegno dei principi, scontenti di vedere le ricchezze delle loro terre fluire verso Roma attraverso l’acquisto delle indulgenze. Fu la nascita del protestantesimo, opposto al cattolicesimo, e l’inizio delle crudeli guerre di religione tra i due. Nel Rinascimento la data prevista della fine del mondo fu continuamente rinviata. Secondo i calcoli dei pensatori del XV secolo, la fine fu annunciata per l’inizio del XVIII secolo, e si calcolò anche che sarebbe cominciata nell’anno duemila dalla nascita di Gesù. Il papato espose un’ultima volta la sua posizione sulla fine alla fine del XVI secolo: riteneva che non ci sarebbe stata una fine prima del 1992. Dopo la Riforma, mentre il potere regio cresceva in ciascun paese, Elisabetta I d’Inghilterra, Enrico III di Francia, il cardinale Richelieu e altri cominciarono a vietare severamente di fuorviare il pubblico annunciando l’anno della fine del mondo, per prevenire i disordini sociali.397 Ma la fine del mondo, menzionata più di cento volte nella Bibbia, non scomparve facilmente nonostante i divieti dei governi. All’inizio del XVIII secolo anche Newton calcolò la data della fine del mondo e scrisse che il mondo non sarebbe finito prima del 2060. Il calcolo prendeva come punto di partenza l’anno 800, in cui Carlo Magno unificò l’Europa in Occidente e Leone III acquisì il potere come primo vero papa, e contava i 1260 giorni indicati a proposito della fine nel libro di Daniele, nell’Antico Testamento, come 1260 anni, per giungere a 800 + 1260 = 2060. Newton credeva che «il Vangelo debba essere letto in tutte le nazioni della terra prima della fine del mondo, e che ciò avverrà prima della fine».398 Di fatto, poiché la fine del mondo era legata alla fede nel ritorno di Gesù, nella distruzione di Satana e nella risurrezione di tutti i buoni per la loro ricompensa, predirne la data era uno dei dogmi fondamentali del cristianesimo che stabilivano l’autorità cattolica. Per questo la questione fu trattata come essenziale dal papato romano, ed era altrettanto importante per i riformatori. Lutero, con il sostegno dei principi locali, denunciò violentemente i numerosi mali della Chiesa romana, la vendita delle indulgenze, il suo monopolio dell’interpretazione della Bibbia e altri, ma credeva anch’egli fermamente nel geocentrismo, nella fine del mondo e nel ritorno di Gesù, e credeva che la fine si avvicinasse sempre più in fretta. Così alcuni pensatori occidentali giunsero a ritenere che il protestantesimo, nato dalla Riforma, avesse compiuto progressi importanti, come la fine della vendita delle indulgenze e la valorizzazione della fede individuale e del diritto di interpretare la Bibbia, ma che non differisse molto dal cattolicesimo nel rifiutare la guida della mente sui lati non scientifici del geocentrismo e della fine del mondo.

Così, insieme al problema del bene e del male, l’esistenza del paradiso e dell’inferno era ritenuta dalla maggior parte degli Occidentali e dei pensatori, anche nell’Illuminismo, un fatto incrollabile. Ma, man mano che l’infallibilità della Bibbia veniva messa in discussione e che si incrinavano le credenze nel geocentrismo, nel creazionismo, nella datazione della creazione, nel diluvio di Noè, nella lingua di Adamo e così via, questi dogmi, compresa la credenza nell’esistenza fisica dell’inferno, si incrinarono con esse. L’esistenza del paradiso e dell’inferno significa che essa pone domande anche sulla teoria del bene e del male, sulla colpa e sul castigo, e sul ruolo della legge, che stanno al fondamento della civiltà occidentale. È qui che l’etica confuciana della filosofia della natura e l’idea del non agire, fondata sul Dao della natura, finirono per sedurre fortemente i pensatori occidentali.

4) I pensatori dell’Illuminismo occidentale conquistati dalla filosofia orientale della natura

Molto più profondamente e più ampiamente di quanto si pensi in genere, il pensiero orientale fu rispettato dai pensatori occidentali nel XVII e XVIII secolo. L’interesse occidentale per il pensiero orientale seguì due direzioni. L’una è l’etica politica del confucianesimo, attraverso Bayle (1647–1706), Leibniz (1646–1716), Voltaire (1694–1778) e altri. L’altra è l’economia politica del taoismo, attraverso i filosofi francesi della fisiocrazia (Physiocracy) come Quesnay (1694–1774), Gournay (1712–1759) e Poivre (1719–1786).

Il confucianesimo non è una religione rivelata, ma una filosofia della natura. Lo scopo del confucianesimo è l’impegno nel reale attraverso la coltivazione di sé, cioè l’azione politica. La coltivazione di sé (修身) e l’amore per il popolo (愛民) sono i due cuori della filosofia confuciana. Questa filosofia orientale della natura influenzò grandemente l’Occidente dell’Illuminismo del XVII e XVIII secolo, che si sforzava di affrancarsi dalla religione rivelata. Ma questo fatto è stato in larga parte dimenticato a causa della tendenza dell’Occidente, dopo la rivoluzione industriale, a denigrare la civiltà orientale. Dopo la rivoluzione industriale i pensatori occidentali accolsero i dibattiti di filosofia della storia che trattavano la civiltà orientale come una civiltà arretrata. Se si torna all’Illuminismo occidentale, prima della rivoluzione industriale, i pensatori occidentali mostravano verso la civiltà orientale un atteggiamento di rispetto. La figura rappresentativa è Voltaire. Egli lodò altamente Confucio come colui che «ha dato all’umanità la saggezza più utile, e l’unico tra tutti i maestri dell’umanità che non abbia cercato di ingannare gli altri».399 Nell’Illuminismo essi sostenevano il deismo (Deism, 理神論) invece della religione rivelata. Come giunse il pensiero orientale a sedurre così fortemente i deisti occidentali? Il fatto è che i pensatori occidentali si interessarono soltanto nel XVII secolo alla relazione tra l’uomo e la natura, e alla filosofia della natura che su di essa si fonda. Ora, la civiltà orientale aveva già stabilito la filosofia della natura duemila anni prima. Per questo molti pensatori dell’Illuminismo occidentale cercarono nel confucianesimo e nel taoismo dell’Oriente il modello del deismo occidentale.

Sullo sfondo del mondo in cui vivevano gli Occidentali subito prima dell’Illuminismo, la Riforma, le guerre e i massacri tra protestanti e cattolici duravano da molto tempo. In Francia ci fu nel 1572 la «strage di San Bartolomeo», in cui i cattolici piombarono all’alba sui protestanti e li massacrarono; in tutta Europa scoppiò la guerra dei Trent’anni (1618–1648) tra i sostenitori dei protestanti e dei cattolici; e in Francia l’editto di Nantes (Edict of Nantes) del 1598, che aveva permesso ai protestanti ugonotti di praticare la loro fede, fu revocato nel 1685, riaccendendo il conflitto sanguinoso tra protestanti e cattolici. Era un’epoca in cui l’intolleranza religiosa causava grandi danni alla vita umana, al punto che si può dire che avesse raggiunto il colmo.

È proprio in quest’epoca che l’Oriente e l’Occidente poterono cominciare per la prima volta uno scambio di pensiero. In altre parole, il Dao dell’Oriente e il Dio dell’Occidente entrarono in contatto e in dialogo attraverso i pensatori dell’Oriente e dell’Occidente. All’epoca l’etica occidentale, protestante come cattolica, era interamente religiosa: si vedeva l’etica come proveniente da Dio e dalla religione. L’etica orientale è naturale: scopre nella natura il suo principio immutabile, il Dao, e lo applica alla società umana. Così i deisti occidentali, scoprendo nel confucianesimo un’etica naturalista orientale in cui Dio non interveniva, espressero il loro stupore e il loro rispetto. Vivevano anche in un’epoca in cui, sotto la filosofia politico-economica mercantilista di allora, si riteneva naturale che lo Stato intervenisse in ogni attività economica dell’individuo. Ma vedendo che in Oriente, sotto l’idea taoista del non agire, lo Stato non interveniva nell’attività economica degli individui e che l’economia riusciva comunque, non poterono, anche qui, trattenere il loro stupore e il loro rispetto.

Già nel XVI secolo ci fu un filosofo francese che si interessò al pensiero orientale: il saggista Montaigne (1533–1592). Montaigne criticò, in nome dell’umanesimo, l’intolleranza della religione occidentale del suo tempo, prendendo spesso come riferimento il pensiero orientale che cominciava a giungere a intermittenza in Europa. Nel 1687 fu pubblicato a Parigi, in latino, un libro sul confucianesimo, Confucius Sinarum Philosophus (Confucio, filosofo dei Cinesi), che fu ampiamente letto tra gli intellettuali occidentali. 400 Su questo sfondo, tra i filosofi francesi che cominciarono nel XVII e XVIII secolo a far conoscere davvero il pensiero orientale in Occidente figurano Bayle e Malebranche.

Bayle (1647–1706) si concentrò sulla critica e sull’attacco non soltanto dell’intolleranza religiosa, ma di ogni pretesa metafisica e religiosa di aver scoperto la verità assoluta. Ciò che gli servì molto bene qui fu la filosofia orientale della natura: indifferente alla metafisica, priva di ogni inclinazione religiosa, e fondata sulla tesi «il Dao che può essere nominato non è il Dao», secondo cui la verità non può essere raggiunta dall’uomo. Di fatto, riprendendo questa definizione del Dao, Bayle sostenne che «Dio si trova in un dominio che l’uomo non può comprendere».401 Fu così che Bayle divenne colui che cominciò a pubblicare il Dizionario storico e critico, precursore degli «enciclopedisti» francesi che guidarono l’Illuminismo del XVIII secolo. Andò un passo più in là dei pensatori europei del suo tempo, che giudicavano deista il pensiero orientale. Sostenne con audacia che il pensiero orientale era una filosofia della natura, e vi vide la prova che l’umanità poteva costruire un sistema etico solido senza una religione all’occidentale.

Malebranche (1638–1715) scrisse un piccolo libro, il Colloquio tra un filosofo cristiano e un filosofo cinese sull’esistenza e la natura di Dio.402 Vi spiegava la nozione di Dio contenuta nel pensiero confuciano come identica a quella di Spinoza. Questa spiegazione veniva dal fatto che i pensatori occidentali dell’epoca identificavano il sistema orientale di filosofia della natura, attraverso la teoria del li e del qi di Zhu Xi, con la concezione religiosa di Spinoza. Poiché il sistema orientale di filosofia della natura si fonda sulla nozione di Dao, cuore non soltanto del confucianesimo di Confucio ma del taoismo, il Dao dell’Oriente finì per essere identificato con il Dio di Spinoza. Alla luce di ciò furono messi in risalto i lati dogmatici e irrazionali della religione rivelata occidentale. Nel dialogo tra l’Oriente e l’Occidente comparve infine in Occidente una filosofia che, per la prima volta, comprendeva la nozione orientale di Dao e identificava il Dao dell’Oriente con il Dio dell’Occidente.

Mentre essi erano attivi in Francia, comparve anche in Germania un filosofo che si interessò profondamente alla civiltà orientale e la confrontò su un piano di parità con la civiltà occidentale: Leibniz (1646–1716). L’interesse di Leibniz per la Cina era così profondo che le dedicò due opere. L’una è Novissima Sinica (Le ultime notizie dalla Cina), pubblicata nel 1697, fondata sui rapporti e sulle lettere dei padri gesuiti; l’altra è il Discorso sulla teologia naturale dei Cinesi, scritto nel 1716. Leibniz vi spiegava lo Yijing cinese, la teoria del li e del qi e altre cose, e giudicava che la religione dell’Oriente avesse stabilito «una religione naturale fondata non sulla rivelazione ma sulla mente». E, come abbiamo visto sopra, con la visione che «le due civiltà più splendide dell’umanità» si trovassero «alle due estremità del continente eurasiatico», e che, una volta che queste due civiltà avessero cominciato a scambiarsi, tutte le altre civiltà situate tra di esse avrebbero raggiunto insieme un alto livello di civiltà, si adoperò realmente per allargare gli scambi tra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente.

Wolff (1679–1754), discepolo di Leibniz, ereditò dal maestro un profondo interesse e un’alta stima per la civiltà orientale. In un discorso sul confucianesimo pronunciato all’università di Halle nel 1721, Wolff sostenne che l’etica confuciana, pur fondata non sulla rivelazione ma sulla mente, aveva un valore pari a quello dell’etica cristiana, e che l’esistenza del confucianesimo provava dunque la possibilità di un sistema di etica naturale. I suoi correligionari protestanti furono indignati da questo discorso. Riuscirono infine a cacciarlo dall’università e a farlo espellere dalla Prussia.

Molti filosofi, prima e dopo l’Illuminismo, si interessarono al pensiero orientale. Tra di essi Montaigne, Malebranche, Bayle, Wolff, Leibniz, Voltaire, Diderot, Helvétius, Quesnay e Adam Smith…. Prendiamo l’esempio di Christian Wolff (1679–1754). Era discepolo di Leibniz, il filosofo che guidava allora il razionalismo tedesco e influenzò molto Kant. Wolff studiò il confucianesimo con zelo e mostrò un grande rispetto, soprattutto, per la filosofia etica confuciana. Nel 1721, all’università di Halle, spiegò che l’etica confuciana, esposta non come una rivelazione religiosa ma come un’espressione naturale della mente, valeva il senso morale cristiano. E sostenne che il confucianesimo reggeva alla luce della razionalità, il che mostrava l’importanza di un senso morale naturalista. Questo discorso indignò i fedeli protestanti, e i protestanti riuscirono infine a cacciare Wolff dall’università. Alla fine Wolff fu espulso dalla Prussia. 403

Lo storico gesuita francese Du Halde (1674–1743), professore a Parigi, fece conoscere la civiltà orientale all’Occidente curando e pubblicando regolarmente, per quarant’anni, dal 1703 al 1743, i rapporti dei padri gesuiti inviati in Cina. I pensatori dell’Illuminismo occidentale, come gli enciclopedisti francesi guidati da Voltaire e Diderot, poterono trarre da questi rapporti molte informazioni sull’Oriente.404 Nel 1735 pubblicò in francese una Descrizione dell’impero della Cina, e il libro, tradotto in inglese l’anno seguente, si diffuse in tutta Europa ed ebbe grande risonanza. Du Halde vi presentava e giudicava molto positivamente la storia della Cina e tutti gli aspetti della civiltà orientale. Al tempo stesso, confrontandola con le istituzioni e la cultura occidentali, sottolineava il ritardo dell’Occidente.

Quando molti pensatori illuministi denunciavano e attaccavano i problemi della civiltà occidentale, pubblicarono diversi libri che prendevano come argomento i punti di forza della civiltà orientale, e il pensiero europeo fu conquistato dal pensiero orientale. I tratti della civiltà orientale che l’Occidente notò allora erano: una cosmologia deista; un sistema di governo etico in cui l’imperatore regnava dopo aver sentito il parere dei suoi consiglieri; gli esami imperiali, che sceglievano i funzionari non secondo la famiglia ma secondo la capacità individuale; una tradizione economica che forniva molte infrastrutture con poche tasse; e il non intervento del governo nell’attività economica degli individui. In particolare, poiché il pensiero introdotto allora era quello dei letterati confuciani cinesi con cui i padri gesuiti di Pechino erano in contatto, l’interesse si concentrò su Confucio. Confucio fu celebrato come «il più grande uomo che il mondo abbia finora prodotto», e fu perfino chiamato «il santo patrono dell’Illuminismo» (the patron saint of the Enlightenment).405 Il fatto è che Confucio aveva sistematizzato ed esposto la «filosofia della natura» a cui miravano i filosofi occidentali dell’epoca.

Alla fine del Rinascimento, con la Riforma, comparve nel pensiero un movimento che sottolineava la mente e l’autonomia individuale al posto della religione e della tradizione dogmatica. Alla fine del XVII secolo, dopo la Riforma e all’ingresso nell’Illuminismo, cambiamenti ormai impossibili da contenere travolsero il pensiero occidentale. Nell’Illuminismo occidentale, che cercava di giudicare tutto con la mente, i filosofi occidentali cominciarono a mettere in discussione i dogmi e gli altri tratti della religione rivelata che li aveva interamente dominati per più di mille anni. Nauseati nel vedere che, per attaccamento a questi dogmi, si bollava come eresia la minima obiezione e si mettevano a morte gli eretici con mezzi estremi come il rogo, perorarono con forza la tolleranza. Così la tolleranza (tolerance) divenne uno dei motti dell’Illuminismo.

Il deismo occidentale comparve alla fine del XVII secolo e dominò il pensiero occidentale per un centinaio d’anni. Il deismo raggiunse il suo apogeo durante la Rivoluzione francese, alla fine del XVIII secolo, e il governo rivoluzionario arrivò a proclamare un culto deista, quello dell’Essere supremo, culto ufficiale della Repubblica francese. In quell’epoca le statue dei santi nelle chiese, che rappresentavano il monoteismo, furono distrutte. Il deismo fu sviluppato da molti pensatori occidentali dell’Illuminismo, soprattutto in Francia. I pensatori francesi, tra cui Voltaire, pioniere dell’Illuminismo occidentale, furono allora grandemente influenzati dal pensiero orientale. Ritenevano che ci fosse al mondo una sola civiltà dotata di un sistema deista, la civiltà orientale; che la civiltà orientale fosse un deismo fondato non sull’autorità della Chiesa o della rivelazione, ma sulla luce che è la mente, presente in ogni uomo; e che l’etica confuciana avesse un valore pari all’insegnamento cristiano, pur fondata non sulla rivelazione ma sulla mente.406

Se si esamina perché l’Occidente ebbe bisogno dell’Illuminismo, cioè contro che cosa l’Occidente dovette illuminarsi, si vede che nel XVII e XVIII secolo la civiltà orientale aveva già raggiunto sotto molti aspetti il post-Illuminismo (post-enlightenment) dell’Occidente. Come abbiamo già citato, c’era nel IV secolo a.C. la filosofia di Xunzi, che sosteneva che «la pioggia viene anche senza cerimonia per la pioggia»: «Il corso del Cielo ha le sue leggi costanti. Non esiste per re saggi come Yao e Shun (堯舜), e non scompare a causa di tiranni come Jie e Zhou (桀紂)» (Xunzi, 17,1). L’Occidente aveva bisogno di liberarsi e di illuminarsi dai molteplici dogmi e dall’intolleranza della religione, profondamente e largamente radicati nella civiltà occidentale da più di duemila anni, ma la civiltà orientale era già libera da quei dogmi e da quell’intolleranza.

Religione rivelata, religione naturale, filosofia della natura

Se il confucianesimo si fece conoscere in Occidente nell’Illuminismo, è perché il sistema orientale di filosofia della natura che esso rappresentava sedusse Occidentali circondati dalla religione rivelata. La filosofia della natura si fonda su un sistema di pensiero interamente diverso dalla civiltà di Dio dell’Occidente, perché si basa non sulle parole trasmesse da un profeta, ma sui fenomeni della natura. Di fronte alla «religione rivelata» (revealed religion), che designa il cristianesimo, gli Occidentali chiamano il confucianesimo «religione naturale» (natural religion). Ma la parola religione non è un’espressione familiare per la civiltà orientale. Un Dio soprannaturale, un profeta e la casta sacerdotale che lo rappresenta sono il cuore della religione. Ora, il confucianesimo e il taoismo orientali non hanno né Dio, né profeta, né casta sacerdotale, e si incentrano non su Dio ma sulla natura stessa. L’espressione giusta per il confucianesimo e il taoismo non è religione naturale, ma «filosofia della natura» (natural philosophy). Religione naturale è una denominazione occidentalocentrica, e sbagliata.

La filosofia orientale della natura ha stabilito la relazione tra l’uomo e la natura sotto la nozione di Dao. L’uomo incontra il Dao della natura direttamente, senza intermediari. Il Dao appartiene al non manifesto (不現), la categoria che non si può esprimere nel linguaggio umano. L’Occidente, al contrario, ha stabilito la relazione tra l’uomo e la natura attraverso un essere soprannaturale chiamato Dio. Un intermediario, il profeta, trasmette all’uomo la parola di Dio. Da quel momento Dio, rivelato dal profeta, appartiene al manifesto (示現), la categoria che l’uomo può esprimere. E, intorno al profeta, si stabilisce una rigorosa casta sacerdotale.

Dopo il XIX secolo, mentre la scienza e la tecnica schiaccianti dell’Occidente e le sue istituzioni di democrazia e di economia di mercato affluivano in Oriente, le istituzioni e le norme occidentali divennero il riferimento anche nel pensiero. Poiché la religione aveva il ruolo centrale nella civiltà occidentale, i pensatori occidentali supposero naturalmente che lo avesse anche nella civiltà orientale. Così, invece di chiedersi perché la religione fosse giunta ad avere il ruolo centrale nella civiltà occidentale, si chiesero quali religioni avesse la civiltà orientale. Di conseguenza i pensatori occidentali, vedendo che il pensiero di Confucio, del Buddha e degli immortali formava il centro della civiltà orientale, li considerarono religioni e diedero loro i nomi di confucianesimo, buddhismo e taoismo. E finirono per spiegare le differenze tra le religioni dell’Oriente e dell’Occidente. Ma il confucianesimo non è una religione: è un sistema di filosofia della natura. La religione occidentale regola nel dettaglio non soltanto la relazione tra l’uomo e la natura, ma anche le relazioni tra gli uomini. La civiltà occidentale giunse ad avere un’etica rivelata e normativa, data da Dio, e la civiltà orientale un’etica naturale ed empirica.

I pensatori occidentali scoprirono nel XVII e XVIII secolo che la civiltà orientale che incontravano attraverso il confucianesimo era fondata sulla natura, senza rapporto con Dio. E, poiché il confucianesimo riprendeva naturalmente tale e quale la nozione taoista di Dao, che stabiliva la relazione tra l’uomo e la natura, compresero che anche la cosmologia orientale, a differenza di quella dell’Occidente, prende la natura come matrice nel suo modo di cogliere l’uomo e la natura. 407 L’idea che l’universo su cui si fonda la filosofia orientale della natura abbia un principio diverso dal Dio occidentale era una nozione molto estranea per i pensatori occidentali. E l’idea che questo principio, il Dao, non esista per l’uomo e non sia alterato da miracoli perché l’uomo lo desidera era per gli Occidentali dell’epoca una nozione molto rivoluzionaria. Ma in Oriente, più di duemila anni prima, questa nozione era già stata accettata come principio generale e fondamento della civiltà orientale, attraverso l’idea taoista del Dao e l’idea confuciana del ren (仁, l’umanità). Perché gli Occidentali si rimettevano agli dèi fin dall’epoca greco-romana, e avevano inoltre tenuto il cristianesimo come religione di Stato per circa 1300 anni o più.

L’imperatore romano Costantino vietò la persecuzione del cristianesimo con l’editto di Milano nel 313, poi, nel 380, l’imperatore Teodosio proclamò il cristianesimo religione di Stato di Roma. In seguito la nozione di Dio sostenuta dal cristianesimo divenne il centro assoluto delle parole e degli atti umani nella civiltà occidentale. Per più di mille anni gli Occidentali vissero in un universo mentale in cui chiunque pensasse anche solo un poco diversamente da ciò che era scritto nella Bibbia veniva bollato come eretico e destinato al rogo.

Nel Rinascimento, dal XIV al XVI secolo, ciò divenne un immenso risveglio, un movimento per riprendere il carattere umano al dominio soffocante della religione. Il pensiero occidentale giunse a una situazione in cui il dogma fondato su una concezione medievale della religione non poteva più avere corso tale e quale. L’Occidente attraversò un periodo in cui si dispiegarono l’umanesimo rinascimentale, la Riforma e la scissione tra cattolici e protestanti, poi il deismo. In seguito, alla fine del XVIII secolo, il primo emendamento della Costituzione americana finì per includere la «clausola di non istituzione» (Establishment Clause). Quattordici secoli dopo aver proclamato il cristianesimo religione di Stato nel IV secolo, l’Occidente cambiò principio: nessuna religione di Stato deve essere istituita.

Nell’Illuminismo occidentale mettere in dubbio i dogmi della religione, esaminarli e avanzare teorie nuove divenne la nuova corrente del pensiero occidentale. Naturalmente molte cose interessanti, che oggi stentiamo a immaginare, avvennero allora in Occidente. In un’epoca simile, mentre la civiltà orientale entrava in Occidente, i suoi molteplici aspetti apparvero ai pensatori occidentali come razionali e naturali; essi espressero rispetto e ammirazione, e giunsero a confrontarla con i dogmi irrazionali e non scientifici dell’Occidente.

L’Occidente aveva seguito un modo di pensare, di riflettere e di vivere in cui tutto stava entro norme date dalla rivelazione di Dio (o da pensieri umani che gli uomini pretendevano fossero la rivelazione di Dio), cioè normativamente. Supponiamo che ci fosse sulla terra un’altra civiltà, e che questa civiltà fosse non una civiltà normativa fondata sulla rivelazione di Dio, ma una civiltà naturale o empirica, che osservava la natura e seguiva i principi e l’etica che vi scopriva. Questa civiltà non avrebbe avuto bisogno né del millennio del pensiero occidentale medievale, né del processo dell’Illuminismo occidentale del XVII e XVIII secolo.

Questa corrente di pensiero scatenò necessariamente un movimento volto a cogliere la nozione di Dio della religione occidentale con la mente piuttosto che seguendo le norme poste dalla Bibbia. È appunto l’inizio del deismo occidentale. Sul piano dell’etica politica, la parola deismo comparve per la prima volta in Occidente nel 1682. La sua idea centrale è che Dio non interviene nelle vicende umane. Poiché prima della fine del XVII secolo l’Occidente era vissuto sotto l’influenza schiacciante del cristianesimo, incentrato sulla nozione di un Dio che interviene nelle vicende umane, la filosofia avanzata dal deismo alla fine del XVII secolo era rivoluzionaria. Prima nessuno aveva osato avanzare l’idea che Dio non intervenga nelle vicende umane.

Il deismo è designato anche come una concezione naturale di Dio o una religione naturale, in quanto ritiene che il creatore, o Dio, non faccia nulla che violi la provvidenza della natura. E si giunse a pensare che il confucianesimo e il taoismo orientali somigliassero a questa concezione naturale di Dio, a questa religione naturale. Così, nell’Illuminismo occidentale, il pensiero del confucianesimo e del taoismo orientali sedusse fortemente i pensatori occidentali, e un buon numero di filosofi vide nel pensiero orientale, in materia di deismo, la via che la civiltà occidentale doveva prendere in futuro.

Nella civiltà orientale un sistema di filosofia della natura si sviluppava già nell’epoca delle Primavere e Autunni e degli Stati Combattenti, duemila anni prima dell’Illuminismo occidentale. I pensatori dell’Illuminismo occidentale, scoprendo che l’etica del deismo a cui miravano si realizzava nella filosofia orientale della natura, ne furono conquistati. In particolare, in materia di filosofia politico-economica dello Stato, videro che il laissez-faire era già realizzato nel taoismo orientale come «idea del non agire». Naturalmente molti filosofi occidentali furono colpiti dalla civiltà orientale e si sforzarono di imitarla.

Note

  1. 368

    Mungello, D. E. (2012-11-01). The Great Encounter of China and the West, 1500–1800 (Critical Issues in World and International History) (Kindle Locations 2757-2764). Rowman & Littlefield Publishers. Kindle Edition.

    ↩
  2. 369
  3. 370

    Weatherford, Jack (2005-03-22). Genghis Khan and the Making of the Modern World (p. 257-259). Broadway. Kindle Edition.

    ↩
  4. 371

    Spiegazione dell’origine e del senso dell’orientalismo in un contributo pubblicato a puntate con il titolo «All’incrocio delle civiltà», serie comune dello Shindonga e del progetto di ricerca sulle civiltà HK dell’Università nazionale di Seul. (http://blog.daum.net/4855028/15968736)

    ↩
  5. 372

    H. G. Wells, op. cit., vol. I, pp. 464–465.

    ↩
  6. 373

    Joseph Needham, La Science Chinoise et L’occident, p.119.

    ↩
  7. 374

    Joseph Needham, op. cit., p. 124.

    ↩
  8. 375
  9. 376

    Si sono proposte molte spiegazioni del fatto che la scienza e la tecnica non si siano sviluppate in Oriente come in Occidente: la scrittura dell’Oriente, in particolare gli ideogrammi cinesi; un sistema di pensiero rivolto al passato; una filosofia poco analitica; un sistema economico tradizionale fondato sull’agricoltura; le politiche di divieto marittimo e di chiusura del paese; e così via. Ma, vedendo i paesi d’Oriente acquisire facilmente e rapidamente la scienza e la tecnica occidentali, queste spiegazioni e queste ragioni hanno perso il loro fondamento una dopo l’altra. Quando si traggono così senza fine risposte sbagliate, è perché la domanda è sbagliata. In realtà la domanda sul perché le altre civiltà non abbiano sviluppato la scienza e la tecnica come ha fatto l’Occidente è largamente occidentalocentrica, e parte dall’ipotesi che la scienza e la tecnica debbano naturalmente svilupparsi in ogni civiltà, sicché, se non l’hanno fatto, quella civiltà aveva qualche ostacolo o qualche difetto. Per questo i pensatori occidentali hanno cercato, negli ultimi decenni, i punti in cui la civiltà orientale differisce dall’Occidente per riversarvi la colpa. In altre parole, la domanda sul perché in Occidente si sia sviluppata una scienza e una tecnica molto più avanzate di quelle dell’Oriente permette una risposta più giusta di quella sul perché la scienza e la tecnica non si siano sviluppate in Oriente come in Occidente. Elementi propri dell’Occidente, il suo carattere marittimo, il bisogno e lo sviluppo della geometria, la concorrenza accanita tra gli Stati sotto il mercantilismo, la necessità di accrescere la creatività e la potenza economica individuali e così via, si combinarono per condurre una scienza e una tecnica sorprendenti, sconosciute a ogni altra civiltà, fino alla rivoluzione industriale. Per quanto riguarda le altre civiltà, il cuore della questione non è sapere perché non abbiano sviluppato da sé la scienza e la tecnica, ma se una civiltà abbia difficoltà a imparare e ad assorbire la scienza e la tecnica avanzate dell’Occidente. A questo riguardo la civiltà orientale dà prova di non avere alcuna difficoltà ad assorbire e ad acquisire la scienza e la tecnica occidentali.

    ↩
  10. 377

    Needham risponde a questa domanda attribuendola al cinese, lingua ideografica, oltre che al confucianesimo e al taoismo. Certo, questa opinione non è esatta. È stato dimostrato che gli ideogrammi non ostacolano affatto lo sviluppo della scienza, e il confucianesimo e il taoismo hanno sistemi filosofici che contrastano con il pensiero occidentale. L’idea che pongano problemi per il solo fatto che le loro radici differiscono da quelle del pensiero occidentale non è giusta. La risposta alla domanda di Needham sono il divieto marittimo e la chiusura del paese. In altre parole, se la Cina e l’Oriente hanno preso un brusco ritardo sull’Occidente nel XVIII e XIX secolo, è una questione di politica; non dipende né dalla scrittura ideografica cinese né dal pensiero del taoismo o del confucianesimo.

    ↩
  11. 378

    H. G. Wells, op. cit., vol. I, pp. 464–465. Questa opinione non è esatta. Secondo una tesi resa popolare da Gavin Menzies, nel corso delle grandi spedizioni dell’ammiraglio Zheng He sotto il regno dell’imperatore Yongle dei Ming, condotte sette volte all’inizio del XV secolo, uno dei suoi distaccamenti avrebbe scoperto l’Australia. Ma per i Ming dell’epoca, che, a differenza dell’Occidente, non avevano alcun interesse per le colonie d’oltremare, una simile scoperta non avrebbe avuto alcun senso.

    ↩
  12. 379

    Smith, Adam (2002-06-01). An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations (p. 49). Public Domain Books. Kindle Edition

    ↩
  13. 380

    John K. Fairbank et al., East Asia: Tradition and Transformation, op. cit., p. 9.

    ↩
  14. 381

    John K. Fairbank, op. cit., p. 10.

    ↩
  15. 382
  16. 383
  17. 384

    Manuel Komroff, Marco Polo, introduzione, Liveright Publishing Corporation, 1953

    ↩
  18. 385

    Jack Weatherford, Genghis Khan and the Making of the Modern World (New York: Crown, 2004), xxiii-xxiv.

    ↩
  19. 386

    Come abbiamo visto, il Giappone inviò già nel 1613, molto prima della Cina, un’ambasceria a visitare l’Occidente. Date Masamune (伊達政宗, 1567–1636), daimyo (大名) del feudo di Sendai, fece costruire una nave chiamata Date Maru, formò un’ambasceria di centottanta suoi vassalli e la inviò in Spagna, a Roma e in Messico. Il Date Maru e l’ambasceria attraversarono così il Pacifico e l’Atlantico. Il suo scopo sarebbe stato sfidare l’egemonia di Tokugawa Ieyasu con l’aiuto della potenza spagnola.

    ↩
  20. 387
  21. 388

    Con la sua morte andò perduta l’occasione per un Orientale di andare in Occidente, vedere e imparare direttamente, e trasmettere questo sapere all’Oriente. Ma, come mostra il caso di Shen Fuzong, l’Oriente sembra essersi già ripiegato su se stesso in quell’epoca, aver perso il suo spirito d’iniziativa ed essere rimasto passivo fino in fondo. Si può dire che, mentre gli Occidentali avanzavano attivamente verso l’Oriente, gli Orientali non avanzarono quasi verso l’Occidente. Ciò contrasta nettamente con la situazione di oggi, all’inizio del XXI secolo: gli Orientali, studenti in testa, vanno in gran numero in Occidente a imparare la sua cultura, mentre gli Occidentali, studenti compresi, non vengono quasi in Oriente, salvo che per il commercio.

    ↩
  22. 389

    Wolfgang Franke, China and the West, Harper & Row, New York, 1967, p.62

    ↩
  23. 390

    Walter Demel, «China in the Political Thought of Western and Central Europe, 1570–1750», in China and Europe: Images and Influences in Sixteenth to Eighteenth Centuries, a cura di Thomas H. C. Lee (Hong Kong, The Chinese University Press, The Chinese University of Hong Kong, 1991), pp. 45–64

    ↩
  24. 391

    Ibid. Walter Demel, 99-128, D.E. Mungello, Confucianism in the Enlightenment: Antagonism and Collaboration between the Jesuits and the Philosophes.

    ↩
  25. 392

    On the True Antiquity of the World. Clarke, J.J. (1997-04-17). Oriental Enlightenment: The Encounter Between Asian and Western Thought (pp. 45-46). Taylor and Francis. Kindle Edition.

    ↩
  26. 393

    Voltaire, Dictionnaire philosophique, a cura di Étiemble, Paris, 1967, p. 315

    ↩
  27. 394

    Ibid., p.76

    ↩
  28. 395

    Voltaire, A Philosophical Dictionary (London: C. H Reynell, 1824), see section Ignatius Loyola.

    ↩
  29. 396

    «Sappiate anzitutto questo: negli ultimi giorni verranno schernitori beffardi, che si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutto rimane come al principio della creazione”. Ma essi vogliono ignorare che i cieli esistevano da tempo per la parola di Dio, e che la terra, tratta dall’acqua, era stata formata per mezzo dell’acqua, e che per queste cose il mondo di allora perì, sommerso dall’acqua; mentre, per la stessa parola, i cieli e la terra di ora sono conservati e riservati al fuoco, per il giorno del giudizio e della rovina degli empi. Ma una cosa, carissimi, non dovete ignorare: davanti al Signore un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non ritarda l’adempimento della promessa, come alcuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano al pentimento». (2 Pietro 3,3–9)

    ↩
  30. 397

    Koselleck, op. cit., pp. 9–11

    ↩
  31. 398
  32. 399

    Voltaire (2010-01-27), The Works of Voltaire (Kindle Locations 8179-8200). Kindle Edition.

    ↩
  33. 400
  34. 401
  35. 402

    Entretien d’un philosophe chrétien et d’un philosophe chinois sur l’existence et la nature de Dieu (1708). In questo libro Malebranche rilevava la somiglianza tra la teoria del li e del qi della scuola di Zhu Xi e il concetto di Dio di Spinoza. Il libro sarebbe nato come risposta di Malebranche a coloro che gli rimproveravano di essere egli stesso spinoziano o filosofo orientale. http://www.jstor.org/discover/10.2307/1398757?uid=3738392&uid=2129&uid=2&uid=70&uid=4&sid=21103170649027

    ↩
  36. 403

    Clarke, J.J. (1997-04-17). Oriental Enlightenment: The Encounter Between Asian and Western Thought (p. 48). Taylor and Francis. Kindle Edition.

    ↩
  37. 404
  38. 405

    Clarke, J.J. (1997-04-17). Oriental Enlightenment: The Encounter Between Asian and Western Thought (pp. 41-43). Taylor and Francis. Kindle Edition.

    ↩
  39. 406

    Manchester, William; Reid, Paul (2012-11-06). The Last Lion: Winston Spencer Churchill: Defender of the Realm, 1940-1965 (Kindle Location 427-539, 16536-16574). Little, Brown and Company. Kindle Edition.

    ↩
  40. 407

    Piuttosto che «confucianesimo» e «taoismo», i nomi di rujia (儒家) e daojia (道家), o di ruxue (儒學) e daoxue (道學), riflettono evidentemente con più esattezza il pensiero fondamentale insito nella civiltà orientale. Ma, poiché le parole taoismo e confucianesimo ci sono già diventate familiari, si usano le une e le altre. La parola occidentale Confucianism è una parola che compare dopo la metà del XIX secolo. Nell’epoca in cui la cosiddetta età occidentale delle ideologie regnava sulla filosofia occidentale, si applicò alla filosofia confuciana questa espressione di tipo ideologico. I libri su Confucio pubblicati in Occidente nel XVII e XVIII secolo presentavano «il pensiero del filosofo Confucio», senza usare la parola confucianesimo. Lo stesso vale per la parola daojiao (道教): poiché l’Occidente usò alla metà del XIX secolo la parola «Taoism», la Corea e il Giappone la tradussero con daojiao, che è diventata oggi nell’uso corrente una parola che comprende anche il daojia filosofico. La Cina distingue nell’uso il daojiao e il daojia.

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