Terza parte Dove andiamo? · Capitolo 2

La comparsa dello Stato-nazione in Oriente e in Occidente, e la nascita dell’economia politica

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1) Lo Stato-nazione mira al governo per il popolo

Nel confronto tra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente, il fattore storico più importante è la formazione dello Stato-nazione (nation state). L’Oriente ebbe duemila anni di vantaggio sull’Occidente nella formazione degli Stati-nazione. Nell’epoca delle Primavere e Autunni e degli Stati Combattenti, che durò fino al III secolo a.C., comparvero in Oriente Stati-nazione. L’Occidente trascorse millenni in Stati conquistatori antichi e in Stati religiosi medievali, e vide nascere lo Stato-nazione soltanto dopo i trattati di Vestfalia del 1648. Essere in anticipo nella formazione degli Stati-nazione non significa che la saggezza si sviluppi. Ne risulta decisa soltanto la direzione del sapere. Anche la filosofia è una cristallizzazione del sapere, mai una questione di saggezza. L’età delle ideologie dell’Occidente lo conferma.

La nascita dello Stato-nazione esige, al livello della civiltà, un pensiero e una filosofia nuovi. Con la nascita dello Stato-nazione si produce un cambiamento filosofico che rispetta la filosofia della natura. E nasce il pensiero minben (民本思想), che pone il popolo al centro. In un sistema politico-economico il pensiero minben significa l’autonomia economica dell’individuo, ed è il cuore di un’economia politica che ha successo. Se una civiltà possiede in sé quei fondamentali che sono il pensiero minben e l’autonomia economica, incentrati sulla filosofia della natura, l’economia si sviluppa; altrimenti lo sviluppo economico è impossibile.

Quando si è formato lo Stato-nazione in Oriente e in Occidente? L’Occidente usa la nozione di «Stato-nazione in senso moderno», cioè di «Stato-nazione democratico». Deve trattarsi di uno Stato dotato della democrazia comparsa in Occidente dopo la rivoluzione industriale. Soltanto con una costituzione e un sistema di pesi e contrappesi, come la separazione dei poteri, esso soddisfa le condizioni di uno Stato-nazione. In Oriente conta soprattutto l’abolizione delle dinastie tradizionali. Si propone di vedere la rivoluzione Xinhai del 1911 in Cina, la restaurazione Meiji del 1868 in Giappone e la fondazione dell’Impero coreano nel 1897 come la comparsa dello Stato-nazione. È una visione che viene da una concezione del mondo e della storia incentrata sull’Occidente.

Ma, con questo metodo incentrato sull’Occidente, non si possono confrontare le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente. In Occidente la comparsa dello Stato-nazione e l’affermazione dei sistemi politici democratici avvennero quasi contemporaneamente, nel XVII e XVIII secolo. Ma in Oriente lo Stato-nazione comparve tra il V e il III secolo a.C., e la democrazia nel XIX e XX secolo. In Oriente lo Stato-nazione esistette per quasi duemila anni prima dell’introduzione dei sistemi politici democratici. L’affermazione dello Stato-nazione conta perché lo Stato-nazione, per sopravvivere, mira necessariamente alla filosofia della natura e al minben (民本主義), il governo per il popolo.

In Occidente non si trova un pensiero minben prima dell’età moderna. L’antichità greco-romana fu l’età degli Stati conquistatori, per i quali gli schiavi erano indispensabili. In un sistema che separa cittadini e schiavi, il pensiero minben era inutile. Il Medioevo fu l’età degli Stati religiosi, che seguivano e studiavano i comandamenti non degli uomini ma di Dio; una teoria naturalista della natura umana o un pensiero minben vi erano dunque ugualmente inutili. Così in Occidente, prima dell’età moderna, una filosofia politico-economica incentrata su tutti gli uomini dello Stato, il popolo, era inutile.

In Oriente, al contrario, il pensiero minben, che nasce quando uno Stato assume la forma di uno Stato-nazione, ebbe duemila anni di vantaggio sull’Occidente.

La comparsa dello Stato-nazione fa nascere un cambiamento fondamentale nella corrente filosofica di una civiltà. Questo cambiamento segue un sistema di «filosofia della natura» destinato alla sopravvivenza dello Stato. Lo Stato-nazione cerca di sopravvivere non attraverso i comandi di capi, conquistatori o profeti, ma attraverso un «minben» incentrato sulla nazione. Passa attraverso il processo che fa di un sistema di filosofia della natura, e non della religione rivelata, il centro della conduzione dello Stato. La sopravvivenza, cioè l’istinto di autoconservazione, diventa la prima politica dello Stato.

La comparsa dello Stato-nazione provoca un cambiamento essenziale nel sistema di civiltà. Un punto importante nel confronto tra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente è sapere quando lo Stato-nazione sia comparso in ciascuna. Quando è comparso lo Stato-nazione in Oriente e in Occidente? Kissinger sottolinea che la comparsa dello Stato-nazione in Oriente ebbe circa duemila anni di vantaggio sull’Occidente:

In Cina il periodo degli Stati Combattenti durò duecentocinquant’anni e terminò con l’unificazione da parte del Primo Imperatore dei Qin. Durante questo tempo gli Stati feudali acquisirono la loro autonomia e si trasformarono in Stati indipendenti. L’Occidente conobbe un’esperienza simile nel periodo che va dai trattati di Vestfalia del 1648 alla seconda guerra mondiale: il processo con cui gli Stati europei si batterono per impadronirsi della preminenza all’interno di un equilibrio di potenza. 408

Anche il politologo americano Fukuyama sottolinea che secoli di guerra tra Stati trasformano la forma dello Stato, e spiega come lo Stato-nazione si sia formato in Oriente e in Occidente. Nell’epoca delle Primavere e Autunni e degli Stati Combattenti l’Oriente aveva già attraversato questi secoli di guerra, e ne erano nati Stati-nazione. In Occidente, più di mille anni dopo, Stati-nazione centralizzati nacquero da uno stato di guerra simile:

In Cina gli Stati-nazione si formarono in mezzo alle guerre incessanti delle Primavere e Autunni e degli Stati Combattenti… Ciò mostra una situazione molto interessante nel confronto tra l’Oriente e l’Occidente… Fondando i suoi Stati-nazione più di mille anni dopo l’Oriente, l’Occidente mostra risultati molto simili… In Cina come in Europa la formazione degli Stati-nazione venne dallo sforzo di preparare la guerra. Attraverso la preparazione della guerra le terre dei signori feudali furono a poco a poco integrate nel territorio di un unico Stato, il potere di governare lo Stato fu centralizzato, e videro la luce sistemi amministrativi moderni e indipendenti. 409

Una volta formati gli Stati-nazione, nascono la burocrazia, sistema amministrativo per governarli, un pensiero politico-economico per condurre l’economia interna, e un’etica politica del minben per condurre la politica interna. In Oriente questo sistema era già in atto nell’epoca degli Stati Combattenti, prima della nostra era. In Occidente comparve duemila anni dopo, dopo i trattati di Vestfalia.

Se in Occidente lo Stato-nazione cominciò dopo i trattati di Vestfalia (1648), quale forma di organizzazione avevano prima gli Stati occidentali? L’epoca greco-romana conobbe un sistema di Stati conquistatori. Gli abitanti degli Stati conquistati erano schiavi. Stati conquistatori come la Grecia e Roma si componevano dei cittadini che formavano lo Stato e degli schiavi che avevano catturato. Sparta aveva molti più schiavi che cittadini; ad Atene gli schiavi erano più della metà; a Roma circa un terzo. Gli schiavi erano forniti dalla cattura in guerra e dal saccheggio, o dall’acquisto nei mercati di schiavi. Cesare è noto nella storia occidentale come l’eroe che conquistò la Gallia ma, conquistando la Gallia, accumulò ricchezze vendendo innumerevoli schiavi. Un giorno in cui il suo esercito vinse una battaglia, catturò e vendette in un colpo cinquantamila schiavi, portando grandi ricchezze a Cesare e ai suoi legionari. Come erano trattati gli schiavi? Aristotele li trattava così: lo schiavo è simile all’animale, perché lo schiavo, come l’animale, non ha anima.

Presso i barbari la donna e lo schiavo occupano lo stesso rango, perché non c’è presso di loro un elemento che comandi per natura: formano soltanto una comunità di schiavi, uomini e donne. Per questo i poeti dicono: «È giusto che i Greci comandino ai barbari», come se barbaro e schiavo fossero per natura la stessa cosa. 410

Aristotele credeva che soltanto i cittadini greci avessero un’anima, ed esponeva questa filosofia ai Greci. Nelle città conquistatrici greche vincere guerre e riportare oro, argento, tesori e schiavi era il mezzo migliore per proteggere e accrescere l’economia dello Stato. Anche Roma era un sistema di Stati conquistatori. In uno Stato conquistatore fondato sulla schiavitù non c’era posto per una teoria dell’economia politica rivolta a tutti gli uomini.

Dopo l’epoca greco-romana, l’Occidente fu, per più di mille anni di Medioevo, uno Stato religioso. Poiché il papato romano deteneva il potere assoluto, al centro stavano la religione incentrata su Dio, o il papato.411 Poiché i signori locali e i re esercitavano soltanto poteri limitati, un pensiero politico-economico rivolto al popolo intero all’interno di uno Stato-nazione non poteva nascere. Durante il Medioevo la Chiesa e lo Stato coesistevano in Occidente, ma la Chiesa prevaleva nel sistema di conduzione dello Stato. L’escatologia della religione rivelata, in particolare, aveva un grande ruolo.

Fino al XVI secolo la storia del cristianesimo occidentale fu, in una parola, una storia dell’attesa: la loro storia consisteva nell’attendere quando sarebbe giunta la fine della storia umana, e nell’attendere mentre quella fine veniva continuamente rinviata. Se le forme precise dell’attesa cambiarono secondo le circostanze, l’attesa della fine rimase sempre la stessa. 412 … Lutero diceva spesso che la fine sarebbe giunta di lì a pochi anni, e osservava che poteva essere quell’anno stesso. E diceva spesso che Dio avrebbe anticipato il momento della fine per amore degli eletti, spiegando che «nel corso del tempo i cento anni a venire si ridurranno a dieci». 413

Così soltanto dopo i trattati di Vestfalia gli Stati poterono per la prima volta separarsi dalla religione ed esistere come sistemi politici. Stati-nazione, né Stati conquistatori né Stati religiosi, nacquero per la prima volta in Occidente.

La nozione «cuius regio, eius religio», a ciascun territorio la religione del suo principe, è una formula che sostiene la sovranità del capo dello Stato. Significa che, qualunque sia la concezione religiosa del sovrano, lo Stato sta al di sopra della religione sul territorio che egli governa. Ma questa nozione divenne possibile soltanto verso la fine della guerra dei Trent’anni. Divenne possibile perché i Tedeschi, facendo la pace, poterono stabilire il principio secondo cui la religione non aveva più alcun potere da esercitare sulle questioni della guerra e della pace. 414

Con la comparsa dello Stato-nazione lo Stato giunse infine in Occidente a pensare il proprio futuro con la mente, e non con giudizi religiosi di bene e di male, per sopravvivere. Un tale sistema filosofico diventa indipendente dal sistema deduttivo di comando dei conquistatori o della religione rivelata. Gli Stati-nazione lasciano allora naturalmente il sistema deduttivo di comando e seguono il sistema induttivo della filosofia della natura, che non possono che scoprire da sé.

L’idea che ciò che deve avvenire non sia inevitabile limita subito il potere che la religione eserciterebbe naturalmente. La nozione di Giudizio universale permette una sola condizione nella scelta tra il bene e il male. Ma l’uomo di Stato, per il futuro dello Stato, deve dare un giudizio morale, e non religioso, scegliendo non tra il bene e il male, ma tra il peggio e il male minore. A questo riguardo Richelieu giudicava la previdenza la cosa più importante nella conduzione dello Stato: perché soltanto con la previdenza l’uomo di Stato può evitare i mali che minacciano lo Stato. Una volta che il male è cominciato, diventa sempre più difficile da evitare. 415

In Oriente come in Occidente l’economia politica di un sistema di filosofia della natura mira al «minben». Per la sopravvivenza dello Stato non può essere altrimenti. Come nasce il pensiero minben? Il pensiero minben, comparso con gli Stati-nazione formatisi nell’epoca delle Primavere e Autunni e degli Stati Combattenti, diventa l’elemento più importante della sopravvivenza dello Stato, perché soltanto con il minben uno Stato-nazione può sopravvivere. Il pensiero minben è l’idea che il popolo conti più di tutto per lo Stato, e non la condotta di un capo conquistatore o della religione rivelata. A partire dall’epoca delle Primavere e Autunni e degli Stati Combattenti il pensiero minben fu scritto in molte formule: per il popolo (爲民), proteggere il popolo (保民), pascere il popolo (牧民), amare il popolo (愛民). Mencio aveva già esposto l’essenza del pensiero minben nel IV secolo a.C.: «Il popolo è ciò che c’è di più prezioso, gli altari dello Stato vengono dopo, e il sovrano è ciò che c’è di più leggero» (Mencio, «Jin xin», seconda parte). Mencio è uno dei filosofi che misero attivamente in primo piano l’importanza del popolo. La ragione è semplice: il pensiero minben era necessario alla «sopravvivenza» dello Stato e del popolo. Già prima di Mencio il minben compariva come tema centrale della filosofia orientale della natura in Confucio e nel Daodejing.

In Occidente il pensiero minben si radicò filosoficamente soltanto dopo che il pensatore francese Rousseau lo ebbe sostenuto per primo, nel XVIII secolo. Prima, l’«età della conquista» greco-romana e l’«età del potere ecclesiastico» medievale durarono millenni, e il minben non poté nascere in Occidente. Soltanto nel XVII secolo nacquero in Occidente Stati-nazione che avevano bisogno del minben, e le istituzioni e i modelli della democrazia, che sostituisce democraticamente i dirigenti, si diffusero nei paesi occidentali nel XIX secolo. Anche l’Oriente importò queste istituzioni e questi modelli e vi si adattò. In questo processo il pensiero minben che l’Oriente possedeva già ebbe un ruolo importante. Quando l’Oriente assorbì le istituzioni democratiche dell’Occidente, il pensiero minben orientale esisteva già nella sua civiltà. «La cultura è la madre, le istituzioni sono i suoi figli». Senza la cultura le istituzioni non attecchiscono.

Il pensiero di Rousseau incentrato sul popolo era una visione del tutto nuova in Occidente. Colui che essa colpì profondamente fu il filosofo tedesco Kant. Kant ha lasciato scritto che, finché non lesse Rousseau, non aveva conosciuto l’importanza del «popolo» (people). I pensatori occidentali anteriori a Kant vissero più di duemila anni in un sistema di civiltà occidentale che dava valore ai capi conquistatori dell’età della conquista o ai capi religiosi dell’età del potere ecclesiastico. Ma dopo i trattati di Vestfalia del 1648 i confini del pensiero etico-politico cambiarono in Occidente. Soltanto dopo la comparsa dello Stato-nazione l’insieme del «popolo» divenne per la prima volta necessario alla sopravvivenza dello Stato in Occidente, e comparvero pensatori a sostenerlo.

Il pensiero minben non si è sviluppato perché sarebbe un’ideologia o una nozione filosofica a cui lo Stato o la democrazia danno naturalmente valore: è nato da sé nel quadro della fondazione dello Stato-nazione. Quando si prolunga un’epoca in cui la guerra imperversa, perché tutti sopravvivano nello Stato bisogna che non i capi o i nobili, ma il popolo intero, si sforzi di difendere lo Stato. Questa conclusione viene non dalla filosofia o dall’ideologia, ma dall’istinto di autoconservazione della natura umana. È da questo bisogno che nasce infine un sistema di filosofia della natura.

Minben contro democrazia

«L’Oriente ha formato i suoi Stati-nazione duemila anni prima dell’Occidente»: ciò significa che la nascita del «minben», che segue necessariamente la formazione dello Stato-nazione, ebbe in Oriente duemila anni di vantaggio sull’Occidente. Dire che il minben è venuto prima non significa che il sistema della «democrazia» sia venuto prima in Oriente che in Occidente. La democrazia comprende «il ricambio pacifico dei dirigenti» attraverso la legge e le istituzioni. In particolare, iscrivere il ricambio pacifico dei dirigenti in una costituzione e integrare questo scopo in un sistema politico che rifletta i pesi e contrappesi avvenne in Occidente nel XVII e XVIII secolo. Sono sviluppi che il minben orientale non ha realizzato; tutto ciò è stato imparato dall’Occidente.

Nel confronto tra l’Oriente e l’Occidente bisogna ricondurre la nascita della «filosofia della natura», del «minben» e del «sistema politico-economico» che li sostiene non alla comparsa della democrazia, ma alla comparsa dello «Stato-nazione». Il minben è un’idea politico-economica sviluppata presto in Oriente. Significa che il popolo è il fondamento dello Stato. Nel IV secolo a.C. Mencio sostenne una teoria del cambio di dinastia, la teoria del cambio del mandato (易姓革命): è la filosofia del minben secondo cui «il popolo è ciò che c’è di più prezioso, gli altari dello Stato vengono dopo, e il sovrano è ciò che c’è di più leggero». È la comparsa del pensiero minben orientale duemila anni prima del diritto divino dei re, che l’Occidente sostenne fino all’epoca della monarchia assoluta nel XVII secolo. L’idea che il popolo sia prezioso e il sovrano leggero (民貴君輕) è un sistema filosofico secondo cui soltanto rispettando il popolo e prendendosi cura della sua vita l’economia politica si sviluppa e lo Stato si conserva e prospera come si deve.

Già prima di Mencio lo Shujing espone l’idea che il popolo soltanto è la radice dello Stato (民惟邦本): il popolo è il fondamento dello Stato, e soltanto se il popolo è al sicuro il paese è in pace. L’idea che il cuore del popolo sia il cuore del Cielo significa che il paese è stabile soltanto se il dirigente non va contro la volontà del popolo e presta orecchio alla sua voce. L’idea che il popolo soltanto sia la radice dello Stato viene come insegnamento lasciato dal «Canto dei cinque figli» (五子之歌) della dinastia Xia, verso il XX secolo a.C., e sembra essere stata fissata verso il X secolo a.C., all’inizio degli Zhou. Così un pensiero minben come 民惟邦本 e 民貴君輕 aveva già lunghe radici nella civiltà cinese prima della comparsa degli Stati-nazione nell’epoca degli Stati Combattenti.

Mencio in particolare, in mezzo alle guerre incessanti dell’epoca degli Stati Combattenti, andò un passo più in là dell’idea che il popolo soltanto sia la radice dello Stato, e la sviluppò nell’idea che il popolo sia prezioso e il sovrano leggero, sostenendo il cambio del mandato: si può sostituire un dirigente incapace. Ma fino al XIX secolo l’Oriente non riuscì a uscire dall’istituzione e dall’abitudine del regno a vita, in cui il dirigente resta tale fino alla morte. Quando compariva un dirigente incapace, la questione etica non poteva che restare: bisognava continuare a servirlo, o sostituirlo? È la democrazia occidentale che stabilì, su questo regno a vita di più di duemila anni, l’istituzione rivoluzionaria del ricambio pacifico dei dirigenti. La Gloriosa Rivoluzione in Inghilterra e la Rivoluzione francese, nel XVII e XVIII secolo, furono le occasioni dell’affermazione della democrazia in Occidente.

La realizzazione della democrazia è nata all’interno del sistema filosofico occidentale fondato sul manifesto. Alcuni ritengono che, tra i pensatori occidentali, nella lotta di potere tra l’autorità ecclesiastica che aveva dominato il millennio medievale e il nascente potere regio, l’attenzione si sia rivolta a un sistema di «pesi e contrappesi», e che siano state così poste le fondamenta dello sviluppo della democrazia. Si può vedere nell’idea che sia possibile «realizzare l’ideale», cambiare fondamentalmente il mondo in cui vive l’uomo, ciò che rese possibile, nel pensiero occidentale del manifesto, l’avvento della democrazia. Nel pensiero orientale del non manifesto si può dire che ci sia un lato troppo realistico per compiere la trasformazione rivoluzionaria del minben in democrazia. Che la democrazia si sia sviluppata in Occidente può essere visto come la differenza tra il pensiero orientale fondato sull’etica e il pensiero di civiltà occidentale fondato sulla legge. Di fatto, il ricambio pacifico dei dirigenti in Oriente divenne possibile soltanto dopo il XIX secolo, una volta importate istituzioni fondate sulla filosofia democratica dell’Occidente.

Confrontando così il punto di partenza del minben orientale e quello del minben occidentale anteriore alla democrazia, comprendiamo il divario che nasce necessariamente nel confronto tra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente.

Nel confronto tra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente, tenendo conto della comparsa dello Stato-nazione, poniamo un intervallo di duemila anni tra i pensatori dell’Oriente e dell’Occidente. In questo confronto gli accostamenti tra nozioni o pensatori, come il taoismo contro il deismo, il confucianesimo contro la filosofia della natura, l’idea del non agire contro il laissez-faire, Han Feizi contro Machiavelli, e L’arte della guerra di Sunzi contro il Della guerra di Clausewitz, mostrano uno scarto di duemila anni. Il taoismo, il confucianesimo, l’idea del non agire, Han Feizi e Sunzi sono tutti figure anteriori alla nostra era, o pensieri formatisi in quell’epoca. Le figure o i pensieri occidentali che fanno loro da contrappunto comprendono il deismo, la filosofia della natura, il laissez-faire, Machiavelli e Clausewitz, tutti pensieri o personaggi comparsi nell’Occidente dell’inizio dell’età moderna. Tutti seguono non il sistema della religione rivelata, ma quello della filosofia della natura. Soltanto con la loro comparsa diventa possibile il confronto tra i pensieri e le figure dei sistemi di filosofia della natura dell’Oriente e dell’Occidente.

In Oriente la nozione di Stato-nazione è così naturale che non va ripensata. L’Oriente, vivendo in Stati-nazione da millenni, non è abituato ad altri tipi di Stato. Ma lo Stato-nazione è una nozione importante che l’Occidente ha cominciato a conoscere soltanto all’inizio dell’età moderna. Perché l’Occidente si può caratterizzare con gli Stati conquistatori nell’epoca greco-romana e con gli Stati religiosi nel Medioevo, e ha fondato Stati-nazione soltanto all’inizio dell’età moderna. Gli Stati conquistatori dell’antichità greco-romana erano Stati in cui vivevano insieme numerosi popoli, fatti di cittadini e di schiavi di ogni sorta. Per più di mille anni di Medioevo l’Occidente divise gli Stati secondo la religione; era dunque una forma in cui numerosi popoli vivevano insieme all’interno di uno Stato.

Il papa di Roma era profondamente coinvolto nella conduzione degli Stati cristiani e, all’epoca della Riforma, gli Stati si costituirono divisi in cattolici e protestanti. In uno Stato cattolico vivevano insieme numerosi popoli di fede cattolica, e i protestanti non potevano viverci. Allo stesso modo, in uno Stato protestante vivevano numerosi popoli di fede protestante, e i cattolici non potevano viverci. Attraverso le lunghe guerre tra protestanti e cattolici nel XVII secolo, questa forma diede infine vita, per sopravvivere, a Stati incentrati sulla nazione e indipendenti dalla religione. In altre parole, all’interno di uno stesso Stato, persone di una stessa nazione, di fede cattolica o protestante, finirono per vivere insieme. Infine, dopo secoli di guerra, comparve lo Stato-nazione e vide la luce un nuovo sistema di conduzione dello Stato. È qui che l’Occidente stabilì infine la filosofia della natura e un sistema di filosofia politico-economica del minben.

La fondazione degli Stati-nazione in Occidente avvenne nel XVII secolo. Comparvero pensatori che reclamavano una filosofia della natura. Bacone, che sottolineò in Occidente la filosofia della natura e l’empirismo, era di quell’epoca: «L’uomo, servitore e interprete della natura, agisce e comprende soltanto nella misura in cui ha osservato, con i fatti o con il pensiero, l’ordine della natura; oltre, non sa nulla e non può nulla». Dopo Bacone, Spinoza andò un passo più in là nella difesa della filosofia della natura, proclamando che Dio e la natura sono una cosa sola: «È impossibile che l’uomo non sia una parte della natura… la potenza di Dio, della natura, mantiene l’esistenza dell’uomo». Il francese Quesnay e l’inglese Adam Smith, che reclamavano un’economia politica del laissez-faire, raccolsero la loro eredità: «Laissez faire, laissez passer, il mondo va da sé» divenne la loro filosofia. Si ispiravano all’idea del non agire della filosofia orientale della natura.

2) L’economia politica minben in Oriente: il Guanzi, Xunzi, Han Feizi, Sima Qian e il Daodejing

Lo Stato-nazione si appoggia naturalmente, per sopravvivere, su una filosofia politico-economica del minben. La filosofia politico-economica non esisteva nella civiltà occidentale prima del XVII e XVIII secolo, perché non c’erano Stati-nazione nell’età della conquista greco-romana né nel Medioevo incentrato sulla religione. I pensatori occidentali anteriori all’età moderna, non avendo Stati-nazione, non avevano bisogno di pensare il pensiero politico-economico che nasce negli Stati-nazione. Soltanto nel XVII secolo nacquero Stati-nazione in Occidente, ed è su questa base che nacque in Francia, nel XVIII secolo, il pensiero politico-economico chiamato fisiocrazia. Poi l’inglese Adam Smith si impose come pensatore politico-economico dell’Occidente.

Platone e Aristotele, in Grecia, esposero teorie e filosofie in tutti i campi, ma in loro non si trova quasi traccia di pensiero politico-economico. Poiché vivevano in una civiltà dell’età della conquista, il «pensiero politico-economico» che concepirono si limitava ad alcune opinioni sulla questione di etica politica di quali beni l’uomo debba avere nella società. Non avevano bisogno di interessarsi a un’economia politica rivolta a tutti coloro che stavano nello Stato o nella polis, cioè al «popolo».

Ma, all’interno dello Stato-nazione, per sopravvivere, l’interesse per tutto il «popolo» dello Stato diventa primario. Il modo di mettere il popolo al servizio dell’attività economica diventa uno scopo capitale della potenza e della sopravvivenza dello Stato. È proprio per questo che il pensiero minben deve comparire. Di conseguenza un pensiero politico-economico cominciò a nascere per la prima volta sulla base del pensiero minben. Nell’epoca degli Stati Combattenti, dal VI al III secolo a.C., i pensatori orientali cominciarono a esporre un pensiero politico-economico. Per loro il primo passo, il più importante, era stabilire la concezione della natura umana che sta alla base del pensiero politico-economico: stabilire la natura umana sulla base della filosofia della natura. Su questa base stabilirono a poco a poco il cuore della filosofia politico-economica. Esaminiamo il Guanzi (管子), Xunzi (荀子), Han Feizi (韓非子), le Memorie storiche (史記) di Sima Qian e il Daodejing (道德經) di Laozi.

Il Guanzi (管子, libro scritto nell’epoca delle Primavere e Autunni e degli Stati Combattenti). Guan Zhong (管仲) era un personaggio dell’epoca delle Primavere e Autunni, anteriore agli Stati Combattenti, epoca in cui il sistema feudale passava agli Stati-nazione. È l’uomo di Stato che governò effettivamente lo Stato di Qi per quarant’anni, dal 685 al 645 a.C. Il libro che espone la filosofia delle molte persone che condividevano una filosofia simile alla sua è il Guanzi (管子). Merita di essere considerato il primo libro di economia politica, in Oriente come in Occidente. Il Guanzi sembra essere cominciato nell’epoca delle Primavere e Autunni, aver molto influenzato i pensatori rivali delle Cento Scuole nell’epoca degli Stati Combattenti, ed essere stato curato e ordinato nell’epoca degli Stati Combattenti. Tra le filosofie scritte nel Guanzi figurano molte idee di politica economica rivolte a tutto il popolo dello Stato. Il minben orientale differisce dalla democrazia occidentale. La democrazia occidentale esprime una visione o un ideale che l’uomo deve raggiungere a ogni costo. Il minben orientale non è un pensiero ideologico per cui ogni paese o ogni individuo dovrebbe battersi. Ha piuttosto uno scopo molto realistico: che lo Stato e l’individuo sopravvivano nell’epoca degli Stati Combattenti. In altre parole, ha lo scopo molto realistico dell’«autoconservazione». Si fonda su un realismo fondamentale: si può sopravvivere nell’epoca degli Stati Combattenti soltanto accrescendo la potenza nazionale, e per questo bisogna vedere il popolo intero come il fattore più importante dello Stato e metterlo a contribuzione. Il minben diventa il fondamento della filosofia di sopravvivenza dello Stato-nazione.

Quando lo Stato è ricco, la gente viene da lontano. Quando la terra è aperta a tutti per la coltivazione senza distinzione, la gente si stabilisce. Quando i granai sono pieni e il popolo ha di che mangiare, diventa misurato e modesto. Quando vesti e cibo sono sufficienti, il popolo conosce il rispetto e la vergogna. (Guanzi, 1,1) 416

Questo pensiero minben si ricongiunge all’idea del non agire. La filosofia del dirigente che abbraccia gli uomini senza distinzione deve trovare il suo fondamento nell’idea del non agire, che segue la filosofia della natura.

Non dite: «Voi non siete della nostra famiglia». Chi lo sentisse non ascolterebbe più le vostre parole. Non dite: «Voi non siete del nostro distretto». Chi lo sentisse non seguirebbe più i vostri ordini. Non dite: «Voi non siete del nostro paese». Chi lo sentisse non vi seguirebbe più. Agite come la terra. Agite come il cielo. La terra e il cielo non distinguono nessuno e non favoriscono nessuno. Agite come il sole. Questa è la regola di condotta del vero dirigente. (Guanzi, 1,5)

Guanzi accrebbe grandemente la ricchezza dello Stato di Qi facendo della distribuzione del sale e del ferro un monopolio di Stato. E se ne servì per stabilire una politica economica che regolava la quantità di moneta secondo il volume dei cereali e degli altri beni in circolazione. Sembra essere il primo caso di una politica monetaria usata sistematicamente per gestire la ricchezza nazionale.417 Quando il prezzo dei cereali crollava, Guanzi emetteva moneta per comprare cereali e far salire il prezzo; quando il prezzo dei cereali saliva alle stelle, vendeva cereali per stabilizzare i prezzi. In caso di emergenza, carestia o guerra, assicurava le entrate emettendo moneta supplementare o vendendo beni. Si serviva dell’oro e della moneta di Qi per comprare e vendere i prodotti locali di Qi e dei suoi vicini, massimizzando il guadagno di Qi. Guan Zhong condusse una politica che legava la politica di bilancio e la politica monetaria, ricevendo e pagando tutte le imposte e il costo dei lavori pubblici in moneta anziché in natura. Ciò è spiegato nei capitoli «Leggero e pesante» (輕重) del Guanzi. Alla domanda del duca Huan: «Si possono stabilizzare i prezzi di tutto ciò che sta sotto il Cielo?», Guan Zhong rispose con l’arte del leggero e del pesante. L’arte del leggero e del pesante (輕重之術) è il principio dell’economia di mercato secondo cui, quando i beni abbondano, i prezzi scendono, e quando scarseggiano, i prezzi salgono; significa ricercare una buona gestione delle finanze dello Stato (理財) servendosi della moneta in questo contesto economico.418 Su questa base Guan Zhong fece del duca Huan (桓公) di Qi il primo dei cinque egemoni dell’epoca delle Primavere e Autunni.419

Xunzi (荀子, inizio del III secolo a.C.), al capitolo 10 del suo libro, «Arricchire lo Stato» (富國), spiega come condurre l’economia dello Stato, un po’ come fa nel XVIII secolo La ricchezza delle nazioni (國富論) di Adam Smith. In «Arricchire lo Stato» Xunzi spiega che, se il popolo non si arricchisce, non si possono riscuotere imposte da esso, e che, se non si protegge il popolo, non lo si può far lavorare.

Rendere sana l’economia dello Stato significa rendere frugali le spese dello Stato, arricchire il popolo e conservare bene il surplus. Rendere frugali le spese dello Stato significa ridurne il bilancio e, conducendo bene lo Stato, si può arricchire il popolo. Quando il popolo si arricchisce, le finanze dello Stato hanno margine. 420

E un punto particolarmente interessante è che la nozione di «mano invisibile», resa celebre da Adam Smith, è stata spiegata in modo simile da Xunzi duemila anni prima: anche se ciascuno non fabbrica le cose per se stesso, i prodotti contribuiscono infine al bene di tutti. Ciò che è interessante è che Adam Smith ha avanzato la teoria occidentale secondo cui, attraverso la mano invisibile, «l’interesse privato crea l’interesse generale», mentre Xunzi spiega che, attraverso la «circolazione», «lo sforzo di ciascuno» produce «un bene di cui tutti si servono»:

Attraverso la circolazione naturale la gente giunge a servirsi di molti beni del paese e dell’estero senza produrli essa stessa. Chi vive in riva al mare si serve di recipienti di legno, e chi vive tra le montagne consuma i prodotti del mare. I contadini, senza lavorare essi stessi il legno o l’argilla, si servono degli oggetti fatti dai falegnami e dai muratori. Allo stesso modo gli artigiani e coloro che si dedicano al commercio godono dei molti cereali che producono i contadini senza farli crescere essi stessi nei campi (Xunzi, 9,12)

Xunzi ritiene che, attraverso la circolazione, ciascuno giunga a servirsi di beni di cui tutti godono, ed esprime qui un’opinione diversa da quella di Adam Smith. Adam Smith, in Occidente, esprime l’idea che l’interesse generale nasca da sé dall’interesse privato, ma Xunzi sottolinea l’importanza della circolazione. Vedeva la circolazione come creatrice dell’interesse generale. Ma Xunzi esprime l’idea che anche la circolazione possa essere guastata dall’avidità individuale.

La natura e i sentimenti umani, lasciati a se stessi, generano il disordine e la violenza; la natura e i sentimenti umani possono essere gestiti dall’etica. Bisogna seguire buoni maestri e buoni principi. (Xunzi, 23,1)

Ritiene che, se si lascia l’interesse privato a se stesso, secondo la natura umana, l’interesse generale ne sia leso. Giunge perciò a sostenere che, per l’interesse generale, la natura umana debba essere gestita dalla legge e dall’etica.

Han Feizi (韓非子, fine del III secolo a.C.) espone nel suo libro, lo Han Feizi, la sua filosofia del pensiero politico-economico. Spicca in particolare la sua filosofia della distinzione tra l’interesse generale e l’interesse privato: «Nell’antichità, quando Cangjie creò i caratteri, tracciò un cerchio e lo chiamò privato, e ciò che stava fuori dal cerchio lo chiamò pubblico. Si sapeva già allora che il privato e il pubblico si oppongono». Ciò sarà esaminato in dettaglio nel capitolo seguente, sotto il titolo «La convergenza tra interesse privato e interesse generale in Occidente contro il loro conflitto in Oriente».

I ministri perseguono l’interesse generale piuttosto che l’interesse privato quando il sovrano è saggio e capace. I ministri si aggrappano all’interesse privato invece di perseguire l’interesse generale quando il sovrano è ottuso e incapace. (Han Feizi, 19, «Shi xie»)

La teoria del conflitto tra interesse privato e interesse generale di Han Feizi si ricongiunge alla sua filosofia secondo cui, per il dirigente che conduce lo Stato, lo shuzhi (術治), il governo attraverso l’arte politica, è uno degli elementi essenziali:

Le leggi e le misure amministrative sono il mezzo per sopprimere le vie attraverso cui i ministri perseguono il loro interesse privato. Quando la legge e le misure amministrative riescono, la ricerca dell’interesse privato scompare. L’interesse privato è il filo che porta a violare la legge… Se il sovrano impiega i suoi ministri secondo i suoi gusti personali, i ministri si dedicano non all’interesse generale, ma a soddisfare i gusti del sovrano (Han Feizi, 45,6)

Han Fei spiega che il modo migliore per lo Stato di sopravvivere è che il popolo accresca, con i propri sforzi, la ricchezza dello Stato. Spiega, come punto di partenza della sua filosofia politico-economica, che ogni sforzo umano cerca il guadagno individuale, e che la politica dello Stato deve prendere ciò come base:

Quando il proprietario assume braccianti per dissodare la sua terra e seminare, e dà loro cibo e denaro, non è perché ami i suoi braccianti, ma perché dare generosamente cibo e denaro fa lavorare bene i braccianti. Quando i braccianti fanno del loro meglio per dissodare la terra e seminare, non è perché amino il proprietario, ma perché, se lavorano sodo, saranno pagati con buon cibo e denaro… In definitiva ogni uomo prende come base il lavorare per sé. 421

In queste circostanze, sottolinea, lo Stato deve garantire l’uguaglianza delle opportunità e non deve perseguire l’uguaglianza dei risultati:

Se degli individui sono poveri, è in fondo perché sono pigri o spendono senza misura. Al contrario, se degli individui vivono bene, è in fondo perché lavorano sodo e risparmiano. Se il sovrano toglie a chi vive bene per dare ai poveri, è come se togliesse a chi lavora sodo e risparmia per dare a chi è pigro e spende senza misura. Il risultato sarà allora che la gente otterrà ciò che vuole senza lavorare sodo né risparmiare. (Han Feizi, 50,3)

Sul fondamento della teoria del conflitto tra interesse generale e interesse privato, Han Fei stabilisce che proteggere l’interesse generale è lo scopo dello Stato e del dirigente. Poiché Han Fei visse alla fine dell’epoca degli Stati Combattenti, una burocrazia era già in atto all’interno dello Stato-nazione. Egli spiega come il dirigente e i ministri perseguano i loro interessi all’interno della burocrazia. Insegna appunto l’essenziale dello shuzhi (術治).

Le Memorie storiche (史記, verso il 91 a.C.) sono il libro di storia scritto da Sima Qian, e possono essere paragonate al libro di Erodoto, il primo storico dell’Occidente. Le biografie (列傳) delle Memorie in particolare somigliano molto alle Vite parallele di Plutarco, in quanto racconti delle vite degli eroi del loro tempo in Oriente e in Occidente. Ma le Memorie contengono un pensiero politico-economico che non si trova in nessun luogo in Erodoto né nelle Vite di Plutarco. All’epoca di Sima Qian la formazione degli Stati-nazione era già compiuta in Oriente, e il pensiero politico-economico era diventato nella conduzione dello Stato un fattore importante quanto la guerra.

Il capitolo 69 delle biografie delle Memorie si intitola «Biografie dei mercanti arricchiti» (貨殖列傳). 貨 significa la ricchezza e 殖 l’accrescimento. In altre parole, riferisce perché la ricchezza conti, i modi per accrescerla e diventare ricchi, e come fu impiegata. Vi si trova la visione penetrante di Sima Qian sulla natura umana che spiega il pensiero politico-economico. Egli stabilisce che, nella natura umana, il guadagno e la ricchezza sono le ragioni fondamentali che fanno agire l’uomo:

Se tutti gli uomini sotto il Cielo accorrono lieti, è tutti in cerca di guadagno;

se tutti gli uomini sotto il Cielo si disperdono come un muro che crolla, è tutti per correre dietro al guadagno. (Memorie storiche, 129,2)

Sima Qian, esaminando la storia e i moti del cuore umano, coglie che la forza che muove l’uomo è in definitiva governata dal suo proprio interesse. Riteneva che la situazione in cui i funzionari, se non li si fa lavorare per l’interesse generale, perseguono il proprio interesse privato dipenda dalla stessa natura umana che fa perseguire il guadagno alla gente comune.

Di regola, quando la ricchezza di un altro è dieci volte la propria, lo si denigra; cento volte, lo si teme; mille volte, si fa il suo lavoro; diecimila volte, si diventa suo schiavo. È la legge di tutte le cose. (Memorie storiche, 129,29)

I funzionari distorcono gli ordini amministrativi, rubano e usano sigilli e commettono crimini, e il loro scopo è estorcere denaro. Contadini, artigiani, mercanti e pastori si sforzano tutti di guadagnare più denaro facendo il proprio lavoro. In definitiva ciascuno si sforza ogni giorno di usare la propria capacità e la propria abilità per trarre un po’ più di guadagno in denaro. (Memorie storiche, 129,27)

Essendo tale la natura umana, ciò che il governo o il dirigente non deve mai fare è l’«avidità statalista». In altre parole, sottolinea che il dirigente non deve competere con il popolo per perseguire il proprio guadagno.

Il modo migliore di dirigere lo Stato è lasciare che il popolo faccia ciò che vuole… Il peggiore è che i dirigenti dello Stato gareggino con il popolo nella ricerca del profitto. (Memorie storiche 129,1)

Sima Qian spiega che, come hanno dichiarato Xunzi e Han Feizi, e come vi si sforzeranno duemila anni dopo Quesnay e Adam Smith, fondare la conduzione dell’economia nazionale sull’idea del non agire (in Occidente, il laissez-faire) è la via migliore:

Così l’agricoltura produce il cibo, la terra produce beni e materie di ogni sorta, gli artigiani fabbricano gli oggetti, e i mercanti li mettono in circolazione. Queste cose avvengono da sé, senza che il governo regolamenti, costringa, o se ne impadronisca per farle al loro posto. Il popolo fa semplicemente del suo meglio, ciascuno per ottenere ciò che vuole… Avvengono da sé, senza che lo si chieda. In altre parole, non fanno che seguire il Dao. (Memorie storiche, 129,3)

Sostiene che far circolare le cose con scorrevolezza è il modo di rianimare l’economia. È insegnare l’utilità non dell’intervento dello Stato, ma dell’economia di mercato.

Bisogna lasciare che le merci e la moneta scorrano naturalmente, come l’acqua (Memorie storiche, 129)

Il Daodejing (VI–VII secolo a.C.): il Guanzi, Xunzi, Han Feizi, le Memorie storiche e altri disegnano il grande quadro del pensiero politico-economico duemila anni prima dell’Occidente. Ma il classico che spiega meglio la filosofia politico-economica è il Daodejing di Laozi. In particolare, propone la filosofia politico-economica insieme all’idea del non agire, regola di condotta del Daodejing. Il Guanzi, Xunzi, Han Feizi, le Memorie storiche e altri condividono tutti l’idea del non agire, ma la sua fonte sta nel Daodejing. L’idea del non agire è proposta sul fondamento di una comprensione della natura umana e della relazione tra l’uomo e la natura. Ecco una parte della filosofia politico-economica enunciata nel Daodejing.

Prima di tutto la vita del popolo (Daodejing, 53): La corte è splendida, ma i campi sono invasi dalle erbacce e i granai sono vuoti. Eppure da una parte si veste di seta, si portano spade affilate, si mangia fino alla sazietà, e si hanno ricchezze d’avanzo. Che cos’è questo, se non brigantaggio?

Leggi semplici (Daodejing, 57): Più ci sono divieti e tabù, più il popolo si impoverisce. Più il popolo maneggia armi affilate, più lo Stato è nel disordine. Più c’è astuzia tra gli uomini, più accadono cose strane. Più le leggi e gli ordini si ostentano, più ci sono ladri.

Un governo modesto (Daodejing, 58): Più il governo è semplice, più giova al popolo. Più il governo è complicato, più nuoce al popolo… Se il popolo è difficile da governare, è perché quelli che stanno in alto moltiplicano le politiche e si intromettono.

L’iniziativa privata (Daodejing, 65): Il dirigente che impone i propri piani al popolo è un flagello per lo Stato. Il dirigente che non impone i propri piani al popolo è una benedizione per lo Stato.

Imposte leggere (Daodejing, 75): Se il popolo ha fame, è perché quelli che stanno in alto prelevano troppe imposte e le spendono soltanto per sé.

L’equilibrio sociale (Daodejing, 77): Il Dao del Cielo toglie a chi ha molto e aiuta chi non ha nulla. Il Dao dell’uomo toglie a chi non ha nulla e aiuta chi ha molto. Chi, tra i dirigenti, può equilibrare il surplus? Soltanto chi comprende il Dao.

L’integrità del dirigente (Daodejing, 81): Il dirigente non cerca la ricchezza per sé. Trova la sua gioia nel lavorare per gli altri. Così, più dà agli altri, più si arricchisce.

Confrontiamo l’interesse che portano all’economia politica il Daodejing e il Pentateuco di Mosè. Nella Bibbia non è facile trovare una menzione diretta dell’attività politico-economica. La Bibbia, compiuta prima della formazione degli Stati-nazione, dà sì, nell’Esodo, nel Deuteronomio, nei Numeri e altrove, alcune «leggi» dirette riguardanti l’attività politico-economica. Per esempio:

Quando farai il censimento dei figli d’Israele, contandoli, ciascuno di loro pagherà al Signore il riscatto della propria vita. (Esodo 30,12)

Preleverai la decima di tutto il prodotto della tua semente, di ciò che il tuo campo rende ogni anno. …… Alla fine di ogni tre anni metterai da parte tutte le decime del tuo raccolto del terzo anno, e le deporrai entro le tue porte. Allora verranno il levita … e lo straniero, l’orfano e la vedova che saranno entro le tue porte, e mangeranno e si sazieranno, affinché il Signore, tuo Dio, ti benedica in ogni opera che intraprenderai con le tue mani. …… Se entri nella vigna del tuo prossimo, potrai mangiare uva a tuo piacere fino a saziarti; ma non ne metterai nel tuo paniere. Se entri nel grano del tuo prossimo, potrai coglierne spighe con la mano, ma non metterai la falce nel grano del tuo prossimo. (Deuteronomio 14,22–29; 23,24–25)

Confesserà il peccato commesso e restituirà per intero il maltolto, aggiungendovi un quinto, e lo darà a colui verso il quale si è reso colpevole. (Numeri 5,6–7)

L’importante, nel confronto tra l’Oriente e l’Occidente, è che i pensieri occidentali, limitati, sull’economia politica prendono tutti la forma della legge religiosa, cioè della legge. Poiché il Dio dell’Occidente non si interessava all’economia politica, anche questi passi del Pentateuco sull’attività economica mettono l’accento non sull’economia politica, ma sul carattere di «legge»: ciò che l’uomo deve osservare, o ciò per cui è punito se lo infrange. Nella stessa vena, la cultura greco-romana era costruita sulla schiavitù e su una tradizione e una cultura che favorivano attivamente un egoismo i cui mezzi principali erano la guerra, la conquista e il saccheggio. Lasciando libero corso all’egoismo individuale, il pensiero politico-economico occidentale moderno somiglia al pensiero antico di Atene e di Roma. È uno stato in cui il pensiero politico-economico fondato sul pensiero minben non era ancora nato.

Nell’Illuminismo occidentale i libri e le filosofie di pensatori orientali come Guanzi, Xunzi, Han Fei e Sima Qian non erano ancora stati introdotti in Occidente. Nell’Illuminismo furono introdotti in Occidente soltanto i libri del confucianesimo e del taoismo, e i pensatori occidentali ne furono colpiti. Così la filosofia politico-economica del taoismo, con l’idea del non agire, principio di condotta essenziale del taoismo, ebbe un’influenza decisiva sulla corrente del pensiero politico-economico occidentale che cominciava allora a formarsi. La formazione dello Stato-nazione avvia in definitiva il processo di superamento dello statalismo. In questo processo l’Occidente trasse ispirazione dall’idea orientale del non agire.

3) La comparsa dello Stato-nazione in Occidente: dal mercantilismo al laissez-faire

L’Occidente chiama il periodo dal XV al XVIII secolo età delle scoperte (Age of Discovery). Esso designa l’epoca della conquista del mondo da parte dell’Occidente. Le potenze occidentali avviarono, su scala mondiale, una competizione per le colonie, l’oro e l’argento, le spezie e gli schiavi. Come mezzi si appoggiarono soprattutto all’esplorazione, alla pirateria e alla rapina. La Spagna e il Portogallo, guidati dalle imprese atlantica e indiana di Colombo e di Vasco da Gama, furono i primi a riuscirvi. Il Portogallo prese la testa, ma la sua popolazione era troppo esigua e fu superato dalla Spagna. Grazie alle imprese di quelli che si chiamano conquistadores, come Cortés (1485–1547) e Pizarro (1471–1541), la Spagna si impadronì dell’oro e dell’argento degli imperi azteco e inca. Conquistador significa conquistatore in spagnolo. Riportando in patria l’oro e l’argento immensi tratti dalle Americhe, la Spagna divenne la prima potenza d’Europa.

L’Inghilterra, dal canto suo, si concentrò sull’attacco e sulla cattura delle navi che trasportavano l’oro, l’argento e le spezie della Spagna. Il celebre Drake (1540–1596) ne è la figura rappresentativa. La regina Elisabetta investì nella pirateria di Drake, al punto da trarne in certi anni circa la metà delle entrate della Corona.422 Drake fu un personaggio straordinario, attivo come pirata, esploratore, ammiraglio, imprenditore e uomo politico; fu nominato cavaliere e si distinse brillantemente nella battaglia navale contro l’Invincibile Armada spagnola nel 1588. Per gli Inglesi era un patriota senza pari; per la Spagna, il capo pirata più pericoloso per le sue navi che attraversavano l’Atlantico, sulla cui testa pendeva una taglia.

Questa rivalità tra la Spagna e l’Inghilterra, moltiplicandosi i piccoli scontri su tutti i mari, sfociò infine in una guerra aperta. Nella battaglia navale combattuta nella Manica nel 1588 (la battaglia di Gravelines), molto importante nella storia occidentale, la distruzione dell’Invincibile Armada spagnola e la vittoria della marina inglese decisero la sorte dei due paesi.423

Con lo sviluppo della navigazione e l’apertura delle colonie d’oltremare, gli Stati europei si lanciarono nel commercio internazionale. Si concentrarono sulla ricerca di colonie e sull’espansione territoriale, e sull’accrescimento della ricchezza nazionale attraverso la gestione del commercio internazionale. Questa condotta finì per essere chiamata «mercantilismo» (重商主義). La parola viene dal latino mercans, che significa colui che commercia. Perseguendo politiche mercantiliste, le potenze europee entrarono in uno stato di guerra quasi illimitata tra Stati. Dalla fine del XV al XVIII secolo, per quasi trecento anni, questo culto del mercantilismo continuò. L’idea era diventare una grande potenza assicurandosi l’oro e l’argento delle colonie, come la Spagna.

La politica economica nazionale che adottarono, il mercantilismo, non è una filosofia portatrice di una visione del mondo che promuova il commercio per migliorare la vita del popolo o mantenere l’ordine mondiale. Per sopravvivere e regnare come lo Stato più forte, faceva della conquista degli altri e della rapina dei beni necessari, o dell’ottenimento del guadagno nazionale attraverso ragioni di scambio favorevoli, il suo principale mezzo di competizione. Questo è il mercantilismo. Questa politica mira a realizzare con ogni mezzo un avanzo commerciale negli scambi internazionali, e a massimizzare così la ricchezza dello Stato, cioè le sue riserve d’oro e d’argento. Naturalmente prosperò un protezionismo estremo. Sotto la bandiera del protezionismo i paesi occidentali dedicarono tutte le loro forze a ottenere avanzi commerciali. La politica mercantilista si esprime così:

Non dobbiamo importare dall’estero più di quanto vendiamo. Dobbiamo attenerci a questa politica perché, se la infrangiamo, noi ci impoveriamo e l’altro si arricchisce. 424

Così ogni paese conduce politiche volte a massimizzare le esportazioni e a minimizzare le importazioni. E, secondo questa posizione, i paesi europei gareggiano per assicurarsi colonie d’oltremare e controllare il commercio all’interno dei loro imperi. Il mercantilismo finì per creare lo schema del commercio triangolare atlantico. In altre parole, il cotone, lo zucchero, il tabacco e così via erano esportati dalle colonie americane verso l’Europa; l’Europa esportava verso l’Africa e altre colonie i manufatti che ne ricavava, come i tessuti e il rum distillato dalla canna da zucchero; e l’Africa esportava schiavi verso le Americhe: è questo commercio che i paesi europei perseguirono in prima fila.

I monopoli di Stato e i monopoli privati divennero lo schema generale della politica mercantilista. Per questo economisti moderni come Adam Smith videro nel mercantilismo un vasto sistema economico in cui il potere dello Stato, i manifatturieri e i mercanti si accordavano a danno dei consumatori. Di fatto, i mercantilisti erano rappresentati da funzionari e mercanti. Di fatto, i mercanti detenevano monopoli su mercati interni da cui la concorrenza straniera era esclusa, e ne traevano profitti enormi, a spese, in definitiva, dei lavoratori e dei consumatori. E lo Stato poteva imporre pesanti dazi doganali e monopolizzare le imposte pagate dai mercanti. I mercantilisti ritenevano naturalmente necessario, per la ricchezza nazionale e la sopravvivenza dello Stato, mantenere i lavoratori a bassi salari. Ritenevano che dare ai lavoratori e alle classi inferiori istruzione, svaghi o salari superiori al minimo avrebbe condotto la nazione alla pigrizia e al vizio. Per questo, all’interno, reprimevano attivamente l’aumento dei salari per accrescere la loro competitività commerciale.

Sul piano politico-economico, il fenomeno che attraversa sia la politica iniziale di colonizzazione e di sfruttamento sia la successiva politica protezionista può essere designato come statalismo (statism). La politica coloniale e mercantilista dell’Occidente approda, sul piano politico-economico, allo statalismo:

Il mercantilismo raggiunse il suo apogeo in Europa nel XVII e XVIII secolo. Era una forma di statalismo: un sistema che si serviva di una logica economica piena di errori per costruire la potenza imperiale, e che concedeva monopoli o sussidi ai gruppi o agli individui scelti dallo Stato.425

Perseguendo politiche mercantiliste, i monarchi di ciascun paese cercarono di controllare strettamente, per il proprio guadagno, le politiche economiche e commerciali dello Stato. Certo, i monarchi dell’epoca, in mezzo a guerre ripetute e a una competizione incalzante, mettevano avanti anche la sicurezza e la ricchezza dello Stato, un paese ricco e un esercito forte. All’epoca non c’era distinzione tra lo Stato e il monarca. Luigi XIV è celebre per aver dichiarato: «Lo Stato sono io». Non c’era distinzione tra il pretesto di servire lo Stato e la ricerca dell’egoismo o dell’avidità individuali attraverso lo statalismo.

Perché l’economia politica occidentale si liberasse da questi vincoli, bisognava anzitutto che lo Stato-nazione fosse fondato in Occidente. Mentre lo Stato-nazione cominciava finalmente in Occidente con i trattati di Vestfalia del 1648, un grande cambiamento giunse nell’economia politica occidentale. Lo Stato-nazione aprì gli occhi su un sistema di pensiero del tutto diverso da quello dello Stato conquistatore, per sopravvivere. In economia politica i pensatori occidentali aprirono gli occhi sull’idea di escludere l’intervento del governo e di assicurare l’autonomia economica del popolo per accrescere l’interesse nazionale. Così, ritirandosi il mercantilismo dell’età della conquista, che aveva dominato l’Occidente per tre secoli, il laissez-faire fiorì finalmente nell’economia politica occidentale. 426

Il pensiero che dominava l’economia politica occidentale nell’età della conquista era lo statalismo: un mezzo per sopravvivere in un’epoca in cui si manteneva la monarchia e si identificava la sopravvivenza del re con quella dello Stato. Ma nel XVII e XVIII secolo, con l’introduzione del nazionalismo, l’Occidente non poté più affidare l’economia nazionale allo statalismo. Per sopravvivere tentò audaci riforme dello Stato. In questo periodo di transizione le rivoluzioni scoppiarono spesso in Occidente e ogni sorta di idee proliferò. Bisognava soprattutto uscire dall’istituzione mercantilista dello Stato conquistatore. Con l’avvento del nazionalismo divenne indispensabile un nuovo sistema di pensiero necessario allo Stato-nazione, per la sopravvivenza dello Stato-nazione. Il nazionalismo del XVIII secolo in Occidente finì per tentare, in economia politica, il laissez-faire al posto dello statalismo.

4) Il laissez-faire si è ispirato all’idea taoista del non agire

Nell’Illuminismo, all’inizio dell’età moderna, l’Occidente si dibatteva per sfuggire al rigoroso controllo dello Stato che era il mercantilismo. I primi a lanciare una sfida intellettuale al mercantilismo furono i fisiocratici (Physiocrats) francesi. Giunsero a pensare che, invece di far gareggiare senza limiti gli Stati nella conquista e nello sfruttamento sotto la parola d’ordine del mercantilismo, si potesse accrescere la potenza nazionale in altro modo. Sostennero che si poteva accrescere la ricchezza dello Stato sfruttando al meglio le terre agricole del proprio paese, colonie comprese, e aumentando così la produzione agricola. Appresero che l’agricoltura in Oriente raggiungeva un’alta produttività. E furono profondamente conquistati dall’idea del non agire che ne formava lo sfondo.

Proprio nel momento in cui i pensatori occidentali giungevano a sostenere l’autonomia economica del popolo, l’idea orientale del non agire si fece conoscere in Occidente. Introdotta in Occidente, la filosofia del non agire, che vuole escludere ogni intervento artificiale, compreso quello del governo, apparve ai pensatori occidentali come una filosofia innovatrice e rivoluzionaria. I fisiocratici francesi si concentrarono sull’autonomia individuale, cuore della filosofia politico-economica. Diffusero in Occidente l’idea del laissez-faire, adattamento dell’idea del non agire. I fisiocratici francesi resero l’«idea del non agire» taoista con laissez-faire, e l’idea del laissez-faire cominciò a diffondersi in Francia. Laisser faire è lasciare che le cose si facciano da sé: è appunto il non agire. Il laissez-faire comparve in Occidente come un’idea nuova e rivoluzionaria, capace di sostituire il mercantilismo. Anche Adam Smith venne in Francia, incontrò i fisiocratici e la apprese. Introducendo questa idea importante, il mondo anglofono non coniò una parola nuova, ma usò tale e quale in inglese il francese laissez-faire.

La filosofia politico-economica è una filosofia che si è sviluppata in Oriente con la formazione degli Stati-nazione, molto prima che in Occidente. L’idea taoista centrale del non agire si applica alla filosofia politico-economica. L’idea del non agire mette in guardia contro l’agire (youwei, 有爲), ed è un’idea politica, economica ed etica abbastanza importante perché l’individuo e il dirigente ne facciano il proprio principio di condotta. L’idea del non agire, principio di condotta del taoismo, contiene una portata economica così importante da essere poi tradotta in Occidente con il laissez-faire. L’idea del non agire vuole ridurre al minimo l’intervento umano; il laissez-faire vuole ridurre al minimo l’intervento dello Stato. L’idea del non agire riguarda l’insieme della condotta umana, economia compresa; il laissez-faire si limita alla condotta economica umana.

I fisiocratici si concentrarono sul modo di ridurre l’intervento dello Stato e di accrescere la capacità produttiva degli individui. L’essenziale era sapere come esprimere che lo sforzo individuale conta per l’economia. Dietro c’era una filosofia che voleva accrescere la ricchezza nazionale valorizzando la natura e l’agricoltura piuttosto che assicurandosi l’oro e l’argento con la conquista d’oltremare. Il problema era come esprimerla e sistematizzarla. Fu allora che l’idea taoista del non agire influenzò grandemente i filosofi fisiocratici francesi. Come i fisiocratici abbiano diffuso in Occidente la nozione nuova del laissez-faire a partire dall’idea del non agire, è ciò che alcuni Occidentali hanno fatto conoscere a poco a poco di recente. Il filosofo occidentale Durant spiega la genesi del laissez-faire nel suo libro Our Oriental Heritage (La nostra eredità orientale).

I fisiocratici francesi furono influenzati dal taoismo, da Laozi e da Zhuangzi. Credevano nell’idea del non agire (無爲), cioè nel laissez-faire. 427

Sul piano dell’economia politica, i filosofi fisiocratici francesi furono conquistati dal sistema agricolo cinese, dal ruolo etico del governo che lo dirigeva, e dall’idea del non agire, filosofia economica che esso conteneva. Riunirono tutto ciò nell’idea del laissez-faire e la misero in voga nell’Illuminismo occidentale:

Un dirigente accorto deve sapere che l’essenza del governo consiste in gran parte nel lasciare le cose come sono e nel non fare nulla. Questa filosofia è insita nell’idea taoista orientale del non agire (無爲, wuwei). I Francesi la tradussero con laissez-faire e la trasmisero all’Occidente…… Questa idea del non agire commosse Quesnay e, attraverso Adam Smith, che la apprese da Quesnay, finì per formare il fondamento dell’economia politica occidentale moderna. 428

I fisiocratici francesi ritenevano che la ricchezza dello Stato venga dall’agricoltura, e sostenevano che l’agricoltura dà il suo massimo effetto quando l’uomo lavora secondo la provvidenza della natura e il meccanismo del mercato, senza intervento del governo. La parola fisiocrazia (Physiocracy) è un composto che significa «natura» e «governo». È l’idea di gestire la ricchezza nazionale appoggiandosi sulla natura, come fa l’agricoltura.

La fisiocrazia francese: Quesnay, Gournay, Poivre

Nel XVIII secolo il centro politico e culturale dell’Occidente era la Francia. È in Francia che comparvero, per la prima volta nella storia occidentale, filosofi che pensavano l’economia politica. Nel 1758 Quesnay pubblicò il Tableau économique, che ricostruisce i movimenti dell’economia all’interno di uno Stato. Divenne il primo filosofo politico-economico dell’Occidente. Quesnay, maestro della fisiocrazia francese, è colui che introdusse nell’Occidente del XVIII secolo, a partire dall’idea cinese del non agire, il laissez-faire, idea fondatrice dell’economia moderna. Quesnay riteneva che il non agire potesse tradursi in francese con laissez-faire.429 Il laissez-faire fu una nozione che scosse la storia dell’economia politica occidentale e, poiché nacque in Francia, anche l’inglese usa tale e quale la parola francese.

Quesnay (1694–1774) rappresenta i fisiocratici francesi. Fu conquistato dall’idea del non agire sostenuta dal taoismo, e cominciò a diffondere in Occidente l’idea del laissez-faire, ricalcata su di essa.430 I fisiocratici francesi sostenevano: «Laissez faire, laissez passer, il mondo va da sé». Li dominava l’idea di liberare l’economia politica dall’intervento del governo. Seguiva tale e quale la filosofia orientale del non agire: «Più il governo interviene, più la vita del popolo è dura».

Questa tesi di Quesnay, fondata sull’idea nuova del laissez-faire, era rivoluzionaria per l’epoca. L’idea del laissez-faire avanzata dai pensatori fisiocratici francesi si diffuse in Inghilterra. Ebbe un’influenza diretta e profonda sul sistema occidentale di economia di libero mercato incentrato sull’Inghilterra.431 Di fatto, Adam Smith fece visita a Quesnay a Parigi negli anni Sessanta del Settecento e si intrattenne con lui sull’idea del laissez-faire.432 La nozione di laissez-faire era stata usata in una certa misura da uomini d’affari francesi già prima di Quesnay, alla fine del XVII e all’inizio del XVIII secolo.433 Ma è difficile negare, sullo sfondo della diffusione dell’idea del laissez-faire, il legame con l’idea taoista del non agire.

I pensatori fisiocratici francesi pensavano che non si dovesse per forza, come i mercantilisti, prendere i beni altrui per arricchirsi: produrre molti raccolti sulle proprie terre poteva essere la fonte della ricchezza nazionale. Era un’idea rivoluzionaria. Il mercantilismo voleva accrescere la ricchezza nazionale assicurandosi quanto più oro e argento possibile in colonie acquisite con la conquista militare. Allargando il senso contenuto nella nozione di mercantilismo, Alessandro, Cesare, Carlo Magno nel Medioevo, la conquista spagnola dell’America centrale e meridionale e le conquiste coloniali dell’Inghilterra e dei paesi europei condividono tutti la nozione centrale del mercantilismo: lo Stato che detiene molto oro e argento diventa una grande potenza. In altre parole, il ruolo dello Stato che conquista altri paesi diventa il più importante possibile per la ricchezza nazionale. È la nozione politico-filosofica degli Stati conquistatori dell’antichità, del Medioevo e dell’inizio dell’età moderna in Occidente, in cui la forza produttiva degli individui all’interno dello Stato non ha alcun valore proprio.

Gournay (1712–1759), discepolo di Quesnay, è colui che diffuse largamente il laissez-faire in Occidente. All’epoca in cui Quesnay e Gournay erano attivi, l’agricoltura avanzata della Cina, la politica di laissez-faire del governo che la dirigeva e le nozioni della filosofia naturalista taoista influenzavano direttamente o indirettamente il pensiero francese. Sotto la loro influenza, il motto taoista «Non governate troppo!» e la parola d’ordine «Lasciate fare alla natura!» divennero ampiamente di moda tra gli intellettuali francesi. Su questa base, e seguendo l’insegnamento del suo maestro Quesnay, Gournay diffuse con zelo la parola d’ordine «Laissez faire, laissez passer!» per sopprimere la regolamentazione statale del commercio e dell’industria, secondo la sua convinzione. La sua parola d’ordine divenne di moda nel pensiero francese anche in una forma più sviluppata: «Laissez faire, laissez passer, il mondo va da sé!».

La filosofia fisiocratica proclamata da Gournay, «Laissez faire! Laissez passer! Il mondo va da sé!», significa un capovolgimento fondamentale della filosofia politica dello Stato conquistatore e del mercantilismo, che voleva rafforzare il ruolo del governo. La sua filosofia fisiocratica ha lo stesso contenuto della filosofia taoista «Lasciando fare, il popolo si trasforma da sé» (Daodejing, 57). La parola d’ordine fisiocratica «Lasciate fare alla natura!» si accorda esattamente con la filosofia taoista «Il Dao del Cielo giova e non nuoce» (Daodejing, 81). La parola d’ordine fisiocratica «Non governate troppo!» è la stessa espressione del pensiero taoista «Il dirigente che impone i propri piani al popolo nuoce allo Stato» (Daodejing, 65). L’idea del non agire è una filosofia condivisa anche dal confucianesimo: «Il Cielo, che cosa dice? Le quattro stagioni seguono il loro corso e tutte le cose crescono bene; il Cielo, che cosa dice?» (Dialoghi, 17,19)

Poivre (1719–1786) è un’altra figura importante che, dopo Gournay, diffuse l’idea del non agire in Occidente. Viaggiò ampiamente nelle province cinesi per quattro anni. È lui che fece esperienza di un’economia agricola più avanzata di quella dell’Occidente, e della politica e del ruolo di laissez-faire del governo che la sostenevano, e che li fece conoscere in Francia. Di fatto, Quesnay e i fisiocratici francesi videro nell’agricoltura cinese e nei suoi pilastri filosofici, il pensiero confuciano e taoista, il futuro e il modello dell’economia politica occidentale. Quesnay ottenne da Poivre molte informazioni, e i loro contatti li influenzarono profondamente a vicenda. Poivre diede a Quesnay le informazioni e le riflessioni vive di un testimone oculare sull’agricoltura cinese e sul pensiero taoista, e Quesnay ebbe un’influenza decisiva nel fare di Poivre un filosofo fisiocratico.

Poivre si interessava molto all’orticoltura e, in gioventù, fu inviato in Cina come missionario cattolico e lavorò nella regione di Canton e di Macao. A differenza degli altri padri gesuiti, che vivevano a Pechino e si concentravano sul confucianesimo, Poivre si interessò all’orticoltura, viaggiò ampiamente nelle province per quattro anni, in due riprese, e giunse a prestare grande attenzione all’agricoltura. Proseguì poi le sue ricerche nel Sud-est asiatico, in Africa e in America centrale. E mise ordine nelle sue riflessioni e pubblicò un libro, Voyages d’un philosophe (Viaggi di un filosofo).

In quest’opera Poivre, dopo aver osservato l’economia agricola della Cina, la confrontò con la situazione agricola dell’Africa, delle Americhe e dell’Europa, e concluse che tutti dovevano imitare il sistema agricolo efficiente e altamente produttivo della Cina.434 Era un apologeta dell’agricoltura. Criticando il modo in cui le potenze europee, nel quadro del mercantilismo, conducevano la loro politica politico-economica concentrandosi soltanto sulla competizione commerciale senza prestare attenzione alla produzione, sosteneva che si poteva accrescere considerevolmente la produzione attraverso l’agricoltura. È in questo che Poivre si trovò in accordo con il pensatore fisiocratico Quesnay.

Nella sua opera Poivre scrisse che «in Cina la prosperità dell’agricoltura, che è la spina dorsale del paese, è dovuta a un’etica e a regole semplici, e che quest’etica e queste regole sono state fatte secondo ciò che comandano la natura e la mente». Criticando le politiche governative normative dell’Occidente di allora in confronto con le politiche naturali e di laissez-faire del governo cinese, sosteneva che l’Occidente dovesse imitare queste politiche naturali del governo cinese e il vivo senso del lavoro del popolo. «Altrove i popoli seguono regole o politiche dubbie, dalle intenzioni nascoste, fatte da uomini astuti che cercano di ingannare gli altri, il che fa un buon contrasto con la Cina», scriveva. 435

Scoprì che l’agricoltura e il sistema di pensiero della Cina imitavano la natura e seguivano la via della natura, e che questa via aveva l’appoggio del governo, che si sforzava di astenersi il più possibile dall’intervenire nell’attività economica degli individui e di ridurre le imposte. Vedeva questo pensiero politico-economico cinese condensato nelle nozioni taoiste del Dao e del non agire. Osservava perciò che in Cina il monarca rinunciava all’idea di intervenire nell’economia nazionale o di dirigerla, e si concentrava nel lasciare che il popolo seguisse la propria via, cioè il Dao.436

I pensatori fisiocratici francesi ritenevano che ogni primavera l’imperatore della Cina facesse una dimostrazione della semina, dando l’esempio per coltivare il senso del lavoro del popolo, e che ciò significasse il rispetto della natura. Ma nella civiltà orientale il rispetto della natura non implicava, come nella religione occidentale, che la natura fosse divina o sacra. Perché, ritenevano, nel sistema di pensiero cinese non si rispettavano le filosofie che sacralizzano il soprannaturale; si provava piuttosto per esse disprezzo. La civiltà orientale riteneva che un sistema autoregolato, che agisce secondo le leggi esistenti nella natura, sia la via migliore, e pensava che esso porti così a tutti il bene più grande. Per questo il modo migliore di governare per il sovrano è non intervenire al di là dell’esempio che dà al popolo: è appunto l’idea del non agire.

Per i pensatori dell’Illuminismo l’importanza dell’idea del non agire non si limitava ai fisiocratici come Quesnay, Gournay e Poivre. Ritenevano che la legge e il pensiero politico-economico dovessero entrambi imitare la filosofia della natura e l’idea del non agire. Ritenevano che «il legislatore e la legge debbano entrambi riconoscere il principio che è la via della natura», e che si potesse così imitare «il non agire, modo di condotta ideale della Cina». Giudicavano che «in Cina l’idea del non agire è appunto l’idea centrale dell’economia politica del governo».437

Note

  1. 408

    Kissinger, Henry (2011-05-17). On China (p. xvii). Penguin Group. Kindle Edition.

    ↩
  2. 409

    Fukuyama, Francis (2011-04-12). The Origins of Political Order: From Prehuman Times to the French Revolution (p. 105). Farrar, Straus and Giroux. Kindle Edition.

    ↩
  3. 410

    Aristotle, Politics. Loeb Classical Library, 1252 b 8.

    ↩
  4. 411

    In particolare, dopo che la decima fu resa obbligatoria per legge nel cristianesimo alla fine del VI secolo, il potere finanziario della Chiesa divenne enorme. Anche al tempo della Riforma i capi protestanti respinsero la vendita delle indulgenze da parte della Chiesa, ma non misero in discussione l’obbligo della decima. Nel Medioevo, quando nemici stranieri invadevano il paese, prendevano le chiese come bersagli dei loro saccheggi e, durante la Rivoluzione francese alla fine del XVIII secolo, i cittadini giunsero a saccheggiare la ricca Chiesa.

    ↩
  5. 412

    Koselleck, Reinhart (2005-01-22). Futures Past: On the Semantics of Historical Time (Studies in Contemporary German Social Thought.) (p. 11). Columbia University Press. Kindle Edition.

    ↩
  6. 413

    Koselleck, Reinhart (2005-01-22). Op. cit., p. 12

    ↩
  7. 414

    Ibid., p. 14

    ↩
  8. 415

    Ibid., p. 18

    ↩
  9. 416

    A Study and Translation by W. Allyn Rickett, Guanzi 管子, Political, Economic, and Philosophical Essays from Early China, Volume 1, C & T Asian Translation Services, 2001, Boston

    ↩
  10. 417

    A Study and Translation by W. Allyn Rickett, Op.cit., p3.

    ↩
  11. 418

    Nell’antichità greca e romana anche l’Occidente conobbe casi di uso della moneta nell’attività economica. Ma in Occidente si trattava soprattutto di riempire il tesoro riducendo il contenuto d’oro e d’argento delle monete. Abbassare il contenuto aumenta il tesoro sul momento, ma finisce per scatenare l’inflazione, e l’economia nazionale non poteva che esserne rovinata. Ciò differiva dal modo, praticato nello Stato-nazione cinese, di usare la moneta secondo l’arte del leggero e del pesante per regolare i prezzi. Una simile politica economica divenne possibile in Occidente soltanto nell’età moderna, dopo l’avvento dello Stato-nazione.

    ↩
  12. 419

    W. Allyn Rickett, Op.cit., p.9

    ↩
  13. 420

    Xunzi: The Complete Text. Princeton University Press. Kindle Edition. P.84

    ↩
  14. 421

    Han Feizi, capitolo «Raccolta esterna di detti, in alto a sinistra» (外儲說左上篇).

    ↩
  15. 422
  16. 423

    Secondo un’opinione ben consolidata, l’Invincibile Armada spagnola fu sconfitta in questa battaglia navale più da violente tempeste che dagli attacchi della flotta inglese. Gli Inglesi coniarono una medaglia che portava queste parole: «Dio soffiò, ed essi furono dispersi» (God blew and they were scattered). È come nel XIII secolo, quando la grande flotta mongola che invadeva il Giappone subì perdite enormi a causa della «tempesta mandata dagli dèi, il vento divino, kamikaze».

    ↩
  17. 424
  18. 425
  19. 426

    Incontriamo spesso oggi il termine economia politica (political economy). Ma la filosofia dell’economia politica è un concetto che l’Occidente non usava prima del XVII secolo, nella sua età di invasione e di saccheggio. Soltanto quando il dispositivo politico del minben viene per primo nasce il campo filosofico dell’economia politica. Il minben diventa il dispositivo che sta alla base della filosofia dell’economia politica. Prima che il concetto di laissez-faire comparisse in Occidente, l’Occidente conduceva politiche in cui il governo interveniva in modo assoluto nell’attività economica degli individui. Sotto il mercantilismo un sistema di interventi governativi, all’esatto opposto delle politiche che affermano l’autonomia economica degli individui, regnò sull’Occidente per secoli, e ciò che sostituì questo statalismo fu appunto il laissez-faire. Ed è con il laissez-faire che il concetto di «economia politica» nacque in Occidente.

    ↩
  20. 427

    Durant, Will (2011-06-07). Our Oriental Heritage (Kindle Locations 15169-15185). Simon & Schuster, Inc. Kindle Edition.

    ↩
  21. 428

    Clarke, J.J. (1997-04-17). Oriental Enlightenment: The Encounter Between Asian and Western Thought (p. 49). Taylor and Francis. Kindle Edition.

    ↩
  22. 429

    J. J. Clarke, op. cit., p. 50

    ↩
  23. 430

    Quesnay era così conquistato dal pensiero orientale da ricevere tra i pensatori occidentali il soprannome di «Confucio (孔子) di Francia», tanto stimava il pensiero orientale. Nella sua opera Le Despotisme de la Chine, pubblicata nel 1767, Quesnay esponeva la situazione politica ed economica avanzata della Cina e sviluppava una teoria a favore di ciò che chiamava dispotismo legale, un monarca vincolato dalla legge naturale. La parola dispotismo non era usata, all’epoca in cui Quesnay era attivo, con una connotazione critica, ma in un senso positivo e rivolto al futuro, quello di monarchia illuminata. Rispetto ai diversi monarchi europei che regnavano allora sui loro popoli, l’imperatore della Cina era dipinto come un despota molto «illuminato». Quesnay confrontava l’importanza attribuita all’istruzione e il principio del merito nati dagli esami imperiali cinesi con il sistema aristocratico della nascita che regnava allora sulla società europea. Oltre a questo sistema educativo cinese, lodava il suo sistema fiscale semplice ed efficiente. In altre parole, era conquistato dall’etica politica della Cina, dal suo sistema d’istruzione generalizzato, dal laissez-faire e dall’idea del non agire, e dal suo sistema fiscale unificato, e propugnava di introdurli in Occidente. Quesnay era vicino a Luigi XV, allora re di Francia, ed esercitava su di lui una grande influenza; lo si chiamava «il pensatore di Luigi XV». Quesnay era anche il medico di Luigi XV. Servendosi di questa posizione, sollecitò il re a fare in primavera una dimostrazione di aratura, come facevano gli imperatori della Cina, e riuscì a far uscire Luigi XV nei campi ad arare.

    ↩
  24. 431

    Clarke, J.J. (1997-04-17). Op.cit., p.49

    ↩
  25. 432

    From François Quesnay, Le despotisme de la Chine (1767), [translation by Lewis A. Maverick in China, A Model for Europe (1946)] p.1

    ↩
  26. 433

    La prima traccia del laissez-faire risalirebbe a una riunione tenuta nel 1681, a cui Colbert, controllore generale delle finanze di Luigi XIV e annoverato tra i più importanti praticanti del mercantilismo, invitò Le Gendre, un importante mercante francese. Poiché il ministro Colbert chiedeva a Le Gendre come il governo francese potesse aiutare i mercanti, Le Gendre avrebbe risposto: «Laissez-nous faire», lasciateci fare. Il contenuto di questa riunione fu riferito in una rivista economica pubblicata a Parigi nel 1751, in un articolo del pensatore illuminista e uomo di Stato francese d’Argenson. D’Argenson usò in questo articolo il concetto di laissez-faire, e fu il primo caso in cui questo concetto comparve sulla stampa. In Inghilterra queste circostanze furono riferite anche nel saggio «Principles of Trade», scritto dal liberoscambista George Whatley e rivisto da Benjamin Franklin, pubblicato nel 1774. Questi dettagli sono presentati nel documento seguente. http://en.wikipedia.org/wiki/Laissez-faire

    ↩
  27. 434

    Voyages d’un philosophe, Paris, Hautbout, anno V, pp. 78–103

    ↩
  28. 435

    Ibid., p. 88

    ↩
  29. 436

    Clarke, J.J. (1997-04-17). Oriental Enlightenment: The Encounter Between Asian and Western Thought (p. 50). Taylor and Francis. Kindle Edition.

    ↩
  30. 437

    Ibid

    ↩